Sicurezza
CONCORSO SPI-CGIL
Quando il nostro Natale era solamente una "capannuccia"
Giancarlo Albini
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Tutto quello che l'età ci ha concesso, dal lume a petrolio, alla discesa sulla luna, alle rinunce dalla nostra gioventù, al consumismo e al profitto dei nostri giorni, questo lungo cammino contiene con il passato uno scrigno prezioso dei nostri ricordi. Nell'età dell'asilo, quando si avvicinava il tempo di Natale le suore ci preparavano alla festività e alla preparazione del Presepe, che noi fanciulli chiamavamo "la capannuccia" la quale rappresentava la povertà della natività. Quando la nostra età si faceva più responsabile, l'inizio delle vacanze Natalizie era un impegno, tutto era predisposto, eravamo una buona squadra. Quando pochi giorni ci separavano dalla notte di Natale, si stabiliva l'ora esatta, quindi ci incamminavamo con numerose ceste per la raccolta dell'erbino, a piedi da Portoferraio raggiungevamo le macchie di campagna, le giornate essendo corte ci obbligavano a fare tutto in fretta, perciò tra l'odore caratteristico della macchia e l'assaggio delle così dette bacole, si riempiva i cesti del prezioso e sudato carico. Il ritorno al piano era colmo di soddisfazione, il tragitto era quasi obbligato, passavamo quasi sempre sull'aia delle case di campagna dove più avvertivamo che la tradizione e la vigilia di Natale erano nell'aria, dai comignoli dei forni a legna usciva qual fumo odoroso di stipa bruciata, gli asinelli rientravano nelle loro stalle carichi di legna da ardere, le massaie con i loro colorati grembiuli, la mani imbiancate di farina per la preparazione dei dolci ci chiedevano due manate di erbino per la loro Capannuccia, subito si rimediavano dei dolcissimi e genuini fichi secchi con l'aggiunta della squisita uva secca appesa ai travi della cantina. Quasi all'imbrunire rientravamo alle nostre case, stanchi e affamati, con le mani rosse di freddo e con numerosi graffi alle gambe, dato che i pantaloni usavano corti, soddisfatti però di avere portato quel carico, perché senza quell'erbino non era "capannuccia", seduti al tavolo per la cena raccontavamo ai nostri genitori tutti i fatti della trascorsa giornata, poi il sonno giungeva improvviso, lo scaldino che poco prima era stato tolto da sotto le coperte faceva il resto, il mattino dopo tutto era terminato, ed anche se non c'era ambizione ognuno sperava sempre che la propria "capannuccia" fosse riuscita migliore delle altre. La notte di Natale si trascorreva tra le famiglie, fuori tirava la tramontana ed il vento faceva muovere quelle antiche lampade che illuminavano debolmente il nostro vicinato, mentre il fuoco del camino riscaldava la cucina aspettando la mezzanotte, i presenti giocavano alla tombola, noi spesso ascoltavamo con attenzione i racconti di come a loro volta avevano trascorso queste veglie; qualcuno intanto ci cuoceva tra le braci del fuoco gli ottimi anelli di farina dolce. Il mattino di Natale dopo aver consumato il tradizionale pranzo, la letterina posta sotto il piatto aveva dato i suoi frutti, felici di avere tutte per noi quelle poche lire. Negli anni che seguivano i primi approcci con le fanciulle del vicinato, gli sguardi timidi nei corridoi delle scuole, altri Natali ci attendevano ma con i ricordi e le tradizioni genuine vissute nella nostra adolescenza.
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