Il dolore
Traghetti troppo cari, gli elbani protestano
Valentina Landucci
Sindaci, politici e imprenditori in corteo a Portoferraio. L'iniziativa era nata sul web da un gruppo di cittadini
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PORTOFERRAIO. Chi si aspettava la mobilitazione resterà deluso. In strada sono scesi in 250. Pochi ma buoni. Perché ad imbracciare bandiere e striscioni per dire no al caro traghetti, aderendo a un’iniziativa nata sul web da un gruppo di semplici cittadini e imprenditori turistici, è stata l’Elba che conta. Sindaci, politici di centrodestra e centrosinistra, imprenditori, rappresentanti delle associazioni, dai commercianti agli agricoltori. Gli stati generali dell’isola che per la prima volta, dopo almeno 30 anni di lamentele sul costante aumento dei prezzi, si muovono per invertire la rotta. In gioco non ci sono solo i 40 euro che ciascun elbano spende per un viaggio in auto (andata e ritorno) tra Portoferraio e Piombino.
Tanti, ma non tantissimi. C’è un’intera economia, un territorio che vive di turismo e che rischia di morire «perché in vacanza all’Elba ci vengono sempre meno persone - spiegano i commercianti in corteo - e senza turisti noi non mangiamo». «Quello che manca - spiega Bruno Paternò, direttore d’albergo e promotore del corteo insieme a Gimmi Ori, albergatore di Marina di Campo - è un prezzo onesto e trasparente per il turista. Non si può spendere 10 euro oggi e 300 il giorno dopo sulla solita tratta e per il solito viaggio. Con i treni non funziona così: il prezzo non cambia da un giorno all’altro. E i traghetti, per noi, sono più di un treno. Noi dobbiamo vivere con le navi. Ma ora rischiamo di morirne». Chi lavora nel turismo si trova a fare da fronte office per le centinaia di proteste sul prezzo delle navi che arrivano dia vacanzieri.
«Cosa dobbiamo rispondere a un ospite - spiegano i titolari del camping Rosselba Le Palme in corteo con l’intera famiglia e i dipendenti della struttura ricettiva - che ci mostra un biglietto per l’Elba da 72 euro per un passeggero con auto e uno dello stesso tipo per la Sardegna che invece ne costa 50? Ventiquattro euro in più ma 4 ore di traversata in meno. Quello che ci amareggia è che avremmo voluto vedere molti più operatori turistici a manifestare». In compenso c’erano studenti, pendolari e residenti. «Presto dovrò seguire un corso di formazione a Roma - racconta Barbara Pollina, milanese ma da 8 anni residente sull’isola - e siccome i collegamenti sono organizzati male sono sarò costretta a partire il venerdì e rientrare il lunedì. Oltre al costo del traghetto devo mettere in conto una notte in albergo in più».
Già, perché il problema non sono solo i prezzi ma l’intero sistema: fasce orarie completamente prive di servizi di trasporto (ad esempio quella tra le 19 e le 21), la mancanza di corse notturne, l’assenza di un coordinamento tra i trasporti marittimi e i mezzi pubblici (bus e treni). Una lunga lista di guai che condizionano la vita degli elbani, sia che vivano di turismo sia che in continente debbano andare per lavoro, studio, problemi di salute. Ma quali strumenti hanno per incidere sulla politica dei prezzi? In realtà nessuno sulle compagnie private (Moby e Blu Navy) e pochi anche su quella pubblica (Toremar). Se non altro, però, il corteo di ieri è riuscito a strappare ai sindaci una promessa: far sentire la voce dell’Elba in Regione e a Roma per ottenere prezzi più giusti.
Tanti, ma non tantissimi. C’è un’intera economia, un territorio che vive di turismo e che rischia di morire «perché in vacanza all’Elba ci vengono sempre meno persone - spiegano i commercianti in corteo - e senza turisti noi non mangiamo». «Quello che manca - spiega Bruno Paternò, direttore d’albergo e promotore del corteo insieme a Gimmi Ori, albergatore di Marina di Campo - è un prezzo onesto e trasparente per il turista. Non si può spendere 10 euro oggi e 300 il giorno dopo sulla solita tratta e per il solito viaggio. Con i treni non funziona così: il prezzo non cambia da un giorno all’altro. E i traghetti, per noi, sono più di un treno. Noi dobbiamo vivere con le navi. Ma ora rischiamo di morirne». Chi lavora nel turismo si trova a fare da fronte office per le centinaia di proteste sul prezzo delle navi che arrivano dia vacanzieri.
«Cosa dobbiamo rispondere a un ospite - spiegano i titolari del camping Rosselba Le Palme in corteo con l’intera famiglia e i dipendenti della struttura ricettiva - che ci mostra un biglietto per l’Elba da 72 euro per un passeggero con auto e uno dello stesso tipo per la Sardegna che invece ne costa 50? Ventiquattro euro in più ma 4 ore di traversata in meno. Quello che ci amareggia è che avremmo voluto vedere molti più operatori turistici a manifestare». In compenso c’erano studenti, pendolari e residenti. «Presto dovrò seguire un corso di formazione a Roma - racconta Barbara Pollina, milanese ma da 8 anni residente sull’isola - e siccome i collegamenti sono organizzati male sono sarò costretta a partire il venerdì e rientrare il lunedì. Oltre al costo del traghetto devo mettere in conto una notte in albergo in più».
Già, perché il problema non sono solo i prezzi ma l’intero sistema: fasce orarie completamente prive di servizi di trasporto (ad esempio quella tra le 19 e le 21), la mancanza di corse notturne, l’assenza di un coordinamento tra i trasporti marittimi e i mezzi pubblici (bus e treni). Una lunga lista di guai che condizionano la vita degli elbani, sia che vivano di turismo sia che in continente debbano andare per lavoro, studio, problemi di salute. Ma quali strumenti hanno per incidere sulla politica dei prezzi? In realtà nessuno sulle compagnie private (Moby e Blu Navy) e pochi anche su quella pubblica (Toremar). Se non altro, però, il corteo di ieri è riuscito a strappare ai sindaci una promessa: far sentire la voce dell’Elba in Regione e a Roma per ottenere prezzi più giusti.
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