Attenzione
Quei perché nel silenzio
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Saracinesche abbassate nel centro storico al Taipan, il bar gestito da Sara Leonelli Sara e Piero stretti nel dolore all'obitorio
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CECINA. Un peluche giallo. Un orsetto, Winnie the Pooh, stretto al petto ora di Piero, ora di Sara. Lisciato, accarezzato, baciato, coccolato come un bambino. Come fino al giorno prima babbo e mamma coccolavano Matteo e Leonardo. Piero Tuci e Sara Leonelli hanno trascorso l'intera giornata di ieri al cimitero di Cecina, accanto alle salme dei figli Matteo (9 anni) e Leonardo (4), e a quelle dei nonni materni Piero Leonelli (66) e Grazia Falorni (56). Abbracciati su una panchina, le lacrime che non volevano smettere di scendere. E poi avanti e indietro nell'anticamera dell'obitorio. Sempre con quel peluche in braccio. E un pensiero fisso in mente: quella Panda schiantata contro un platano sulla vecchia Aurelia, che in un colpo solo si è portata via i loro figli, i genitori di lei, i suoceri di lui. Attorno a Sara e Piero fratelli, sorelle, nipoti, tutti i parenti, i tantissimi amici, i rappresentanti delle istituzioni. Un viavai di gente muta. Muta. Perché le parole in quel momento e in quel luogo sarebbero state di troppo. Qualsiasi parola. Una sola aveva diritto di cittadinanza in quell'angolo acuto di dolore: «Perché?». Lo chiedevano ogni tanto Sara e Piero. Perché perdere tutto in un istante, ritrovarsi da soli in una casa abituata alle voci, ai rumori, al calore, al casino, alle risate e all'amore? A quella domanda, a quel perché, nessuno ha risposto. Nessuno ha osato farlo. Sara e Piero hanno trascorso la notte in quella casa di Castagneto. Poche ore, il tempo di non dormire, di capire che non era un incubo ma la realtà, poi il ritorno al cimitero di Cecina. Lo avevano lasciato alle 21.30 di giovedì, il giorno dell'incidente, quando il medico legale Alessandro Vallebona aveva concluso l'ispezione esterna sui quattro corpi. Sara e Piero avevano potuto vedere i loro cari per pochi minuti, il tempo del riconoscimento ufficiale delle salme. Poi erano stati costretti, sì costretti, a tornarsene a Castagneto. Ieri all'apertura del cimitero erano già lì, accanto ai figli. Ad attendere di poterli rivedere un'altra volta. Con il vestitino buono. Di mettere nelle loro piccole bare un giocattolo. Come quel peluche giallo. In quelle stesse ore si incrociavano decine di telefonate tra il sindaco Fabio Tinti, il comandante della polstrada Salvatore Ripa, il pm Fiorenza Marrara, l'assessore Marika Salvadori, i dirigenti della scuola di Castagneto. Anche l'ex sindaco Monica Giuntini, dal cimitero, partecipava a questa rete di telefonate. Per informarsi, capire, pressare. Perché c'era ancora da sciogliere il nodo dell'autopsia. Era passato mezzogiorno quando è arrivata la telefonata tanto attesa. Niente autopsia, nullaosta del magistrato per i funerali. Per tutti e quattro. Altra telefonata da Tinti a Salvadori: sì, nonni e nipoti sarebbero stati sepolti insieme. Una piccola cosa, forse. Ma che in questi casi ha la sua importanza. Poi altre telefonate, stavolta alla scuola, per far avvertire i genitori dei bambini. L'idea era quella di sospendere le lezioni per l'indomani. Niente da fare, non c'è stato verso di parlare con qualcuno. E così oggi la scuola sarà aperta in un giorno in cui un intero paese si fermerà per i funerali. Li curerà l'impresa Santini che ieri sera ha ricomposto i corpi. Non tutti. Per la nonna non è stato possibile. Le bare, due bianche piccole e ai lati due grandi e scure, sono state sistemate nella camera ardente. Da quel momento, Sara e Piero non si sono mossi di lì. Loro, il peluche giallo. E un dolore solido, cupo. Silenzioso. Alessandro De Gregorio Rino Bucci ALTRO SERVIZIO A PAG. 7
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