Attenzione
«Chiediamo un posto per pregare»
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Fedeli musulmani in un momento di preghiera2 MINUTI DI LETTURA
PIOMBINO. Un posto per pregare. Lo chiede, non da ora, la comunità immigrata. A rinverdire la richiesta è Diop Djibi, presidente della Consulta, sottolineando un diritto che è di tutti. Indipendentemente dal proprio credo. Non solo, dunque, il credo musulmano che resta, comunque, la scelta religiosa più diffusa tra i cittadini stranieri. Ed è quella che generalmente fa i conti con più diffidenza. Tanto che il termine "moschea", innegabilmente, crea spesso disagio. Non nel giudizio di don Herman Ndiy, responsabile della diocesi per i rapporti con i media e parroco del Sacro Cuore. «Una moschea a Piombino? Non "la si può", la si deve fare. Ognuno di noi porta dentro di sè uno spazio spirituale che va esercitato e celebrato anche pubblicamente. Sempre rispettando le leggi, è naturale», sostiene il sacerdote che quando dice "pubblicamente" si riferisce a soluzioni meno improvvisate di quella del fondo in vicolo Rosa dove si ritrovano per le preghiere i musulmani. Un po' come avviene per gli ortodossi che hanno la possibilità di seguire periodicamente i loro riti nella cappella di Cittadella. Se il progetto moschea rappresenta un obiettivo di medio termine, per l'immediato il presidente della Consulta punta a questa soluzione: la possibilità di usare un locale del Comune pagando un affitto agevolato, più accessibile rispetto a quello che la comunità islamica paga ogni mese. «Il Comune è di tutti i cittadini e - dice - in altre realtà questo sostegno c'è stato. Viviamo in una regione che ha fatto tanto per l'integrazione. Adesso ci aspettiamo che si adoperi affinchè ciascuno possa vivere a fondo la propria fede. Integrazione non significa fondersi in un'altra cultura e i nostri bambini hanno diritto di conoscere il Corano e le loro radici. Poi, quando saranno grandi, sceglieranno. L'Islam, come qualsiasi religione, prima di essere giudicata va conosciuta». Convinta del valore della libertà di culto è l'assessore Anna Tempestini. «Lo sancisce la nostra Costituzione ed è un principio che rispettiamo. Ma il Comune - prosegue - è un ente laico e non può farsi carico di strutture religiose. Devono essere le singole comunità a farsene carico». Più o meno la stessa posizione espressa da Milvio Bottai, vicepresidente di Samarcanda: «Massima libertà di culto. Certo che, per tutti, devono valere gli stessi diritti. E gli stessi doveri. Così come si dev'essere disponibili all'accoglienza, alla stessa maniera si deve reagire verso chi sbaglia».
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