Il dolore
Truffa e concussione, 13 indagati
Valentina Landucci
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A sinistra la caserma della Finanza, sopra il carcere di Porto Azzurro Bufera sulla coop San Giacomo: coinvolti Zottola e Mazzerbo
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PORTO AZZURRO. Concussione, truffa, appropriazione indebita, falso e turbativa d'asta. Sono i capi d'accusa dell'inchiesta condotta dalle Fiamme Gialle di Portoferraio sulle attività della cooperativa San Giacomo. Quattordici le persone coinvolte tra i responsabili della casa di reclusione, impiegati e consulenti della cooperativa. Per tredici di loro sono già stati notificati gli avvisi di garanzia. E un quattordicesimo sarebbe in arrivo. Un'inchiesta complessa, andata avanti per circa un anno tra intercettazioni, sequestri, perquisizioni domiciliari nelle abitazioni degli indagati ed anche verifiche fiscali sull'attività della San Giacomo. Un caso esploso solo nelle ultime ore ma di cui a Porto Azzurro, sede della cooperativa, già si vociferava da tempo anche perché tra le persone coinvolte ci sono nomi eccellenti. Anzitutto il responsabile della cooperativa nonché dei servizi educativi del carcere di Porto Azzurro, Domenico Zottola, che alcuni mesi fa senza motivazioni ufficiali aveva lasciato i propri incarichi. Oggi la società ha, infatti, un nuovo presidente e nuovi rappresentanti all'interno del consiglio di amministrazione e, proprio in relazione all'indagine affidata al procuratore Massimo Mannucci e condotta dalla guardia di finanza elbana, ha adottato provvedimenti in autotutela allo scopo di salvaguardare l'attività di reinserimento sociale dei carcerati svolta in questi anni. Tra gli indagati anche il direttore del carcere, Carlo Mazzerbo, oltre che impiegati, collaboratori e consulenti della cooperativa (tra cui un ex detenuto) e un agente di polizia penitenziaria. Ciascuno di loro dovrà rispondere, a vario titolo, della lunga lista di reati contenuti degli avvisi di garanzia ed ora al vaglio del giudice per l' udienza preliminare del tribunale di Livorno. I fatti. In base a quanto appurato dalle Fiamme Gialle la cooperativa, impegnata nel reinserimento lavorativo dei detenuti, in particolare di coloro che godevano di un regime detentivo agevolato potendo uscire dalle mura dell'istituto di Porto Azzurro proprio per lavorare, ricattava i carcerati minacciandoli di revocare i benefici di legge ottenuti se non avessero acconsentito a prestare la propria opera per un numero maggiore di ore rispetto a quelleretribuite e in assenza dei necessari requisiti di sicurezza. Non solo. In un caso specifico, quello di alcuni lavori di disboscamento sull'isola di Pianosa, la cooperativa avrebbe ottenuto l'appalto in modo illecito, tramite un'offerta al ribasso non regolare. Una parte consistente dell'inchiesta, infine, riguarda l'ottenimento, da parte della cooperativa, di finanziamenti europei per lo svolgimento di corsi di formazione rivolti ai detenuti che in realtà non si sarebbero mai svolti. Da qui l'accusa di truffa nei confronti anche dei docenti che avrebbero prestato servizio presso la società longonese. Ai fatti contestati si aggiungono poi reati di tipo ambientale legati all'interramento, in un appezzamento di terra nei pressi di Porto Azzurro posto sotto sequestro dalla Finanza, di inerti e materiali nocivi, tra cui eternit, provenienti dai cantieri della cooperativa e, evidentemente, smaltiti in modo illegale. Tra le persone alle quali sono già stati notificati gli avvisi di garanzia ci sono un socio lavoratore della cooperativa Nicola Paradiso, ex detenuto di Porto Azzurro, e consulenti esterni e impiegati indagati a vario titolo tra cui Paolo Piga, Elena Pascale, Giovanni Zottola (figlio di Domenico), Paolo Talucci, Vincenzo Camaretta, Riccardo Rebua, Claudia Lorenzini, Alessandro Bigio e Michelangelo Meola.
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