Il Tirreno

«Non vogliamo fare la fine di Bagnoli»

Angela Feo
Alcuni manifestanti all’assemblea pubblica ieri in Lucchini
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Alcuni manifestanti all’assemblea pubblica ieri in Lucchini

In 600 lavoratori ieri mattina nel piazzale della fabbrica

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 PIOMBINO. «Piombino non farà la fine di Bagnoli». Sono queste le parole stampate sui cartonici che i lavoratori della Lucchini, ieri mattina, tenevano appesi al collo. Erano in seicento. Le linee di produzione si sono tutte fermate. Il 90% dei dipendenti hanno aderito all'iniziativa dei sindacati. Circa 300 scioperanti però non erano lì a protestare davanti alla direzione dell'azienda. «Forse, soprattutto tra i giovani, c'è ancora poca percezione di ciò che stiamo rischiando - dice Roberto Pratesi, 42 anni, da 24 operaio delle acciaierie - Non hanno capito che ci potremmo ritrovare con la fabbrica chiusa. Per me è impossibile pensare a Piombino senza le acciaierie. Però a Bagnoli e a Genova gli altiforni si sono definitivamente fermati, dunque non stiamo parlando di fantascienza».  Dal palco parla Luciano Gabrielli, segretario provinciale Fiom. Si rivolge ai «lavoratori e agli impiegati che sono rimasti dentro».  «Non hanno capito - dice a gran voce - Oggi è in discussione il futuro di tutti, nessuno escluso. E' a rischio il sistema produttivo di una città intera».  Gli operai indossano tute e scarponi da lavoro. Qualcuno di loro dice di essere tanto, troppo arrabbiato: «Ci sentiamo presi in giro, nessuno ci dice chiaramente come stanno le cose. Quello che succede lo sappiamo dalla stampa». Altri sono preoccupati, parlano dei loro timori, ma con le dovute cautele («il cognome per piacere sul giornale meglio di no, sa in fabbrica c'è qualche capetto che poi fa storie»).  I quarantenni sono tanti. Come Roberto, un lavoro in cokeria e una bambina di 2 anni. Ricorda la crisi del'92, quando l'Italsider passò nelle mani della Lucchini. «Allora finii in mobilità - racconta - Vivevo con i miei genitori, ma fu comunque un periodo molto difficile. Ho ancora in mente la fila all'ufficio di collocamento che arrivava fino alla strada. Ci sono poi voluti tre anni perché rientrassi in fabbrica. E oggi sono preoccupato perchè questa crisi potrebbe essere anche peggio di quella di diciotto anni fa».  Ha quasi quarant'anni anche Angelo. Lui lavora al convertitore. Ha due figli: 9 anni e 16 mesi. Da Napoli, 13 anni fa si è trasferito a Piombino. «In tanti siamo venuti qui per dare alle nostre famiglie un futuro - dice - Invece adesso su di noi pende un grande punto interrogativo. Abbiamo paura che da un momento all'altro non ci siano più i soldi per i nostri stipendi».  C'è anche la questione della sicurezza che preoccupa gli operai. «Elmetti protettivi, guanti, occhiali, corsi di formazione: con la crisi tutto questo passa in secondo piano», dice Angelo. «Sulla manutenzione si fa il minimo indispensabile», gli fa eco Roberto. Lui ha 53 anni. Ha cominciato a lavorare nelle ditte dell'indotto delle acciaierie nel 1974. E presto andrà in pensione. «I lavoratori - aggiunge - sarebbero anche disposti a fare sacrifici, come è successo in passato, ma al momento non siamo al corrente di alcun piano di riorganizzazione».  C'erano anche le donne alla manifestazione. Chiara, con il bimbo più piccolo di 4 mesi. Suo marito lavora all'altoforno, lei è una precaria della scuola. Una casa appena comprata e un mutuo da pagare. E una trentina di lavoratrici delle ditte di pulizie e delle mense dell'indotto. «Molte di noi hanno figli - racconta Paola, 37 anni - Se chiude tutto come faremo a mantenerli?»

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