Gioco
Shapiro a San Vincenzo nelle vesti di scrittore
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Shel Shapiro, uno dei pionieri del Rock in Italia, divenuto famoso negli anni Sessanta, come anima e voce dei Rokes - il complesso di "È la pioggia che va" e "Ma che colpa abbiamo noi" - presenterà durante il secondo appuntamento degli Incontri alla Torre il suo libro «Io sono immortale». Nel "salotto" in riva al mare della Torre questa sera alle 21,30, ingresso libero, il cantautore racconterà ciò che ha scritto con passione e divertita ironia, per ricordare al pubblico l'atmosfera irripetibile che si respirava negli anni Sessanta, quando sembrò essersi concentrata una creatività, un'energia sociale, ma anche intellettuale, culturale, comportamentale, davvero unica e i giovani si sentivano uniti da un implicito consenso generazionale. E parlerà, con il suo accento inglese mai perduto, anche dei suoi progetti, alcuni già in atto, come i concerti dell'estate - sarà a Follonica alle Ferriere il 24 luglio- e altri ancora nel cassetto.
Nel libro racconta la Londra della sua gioventù, parla della nebbia talmente fitta da non lasciar intravedere nulla, dei giovani e del modo di divertirsi di allora. Ma che impressione gli fece l'Italia al primo impatto? «Quella - risponde - di un mondo in bianco e nero, che aveva paura di dichiararsi. Era come se mancassero i colori, a Milano i taxi erano dipinti in verde scuro e nero. Quando con il gruppo dei Rokes iniziammo a suonare dal vivo c'erano persone che venivano a sentirci tutte le sere, anche dieci-quindici volte di seguito: come se improvvisamente noi avessimo portato un po' di colore nelle loro vite grigie». «In Italia - prosegue - non esisteva ancora il concetto di divertimento e gli stessi giovani erano inespressi. Le ragazze uscivano di casa con la minigonna nascosta nella borsetta, i ragazzi troppo liberi erano visti come un pericolo, un peccato sociale, e in un certo senso anche politico»›. A chi sente, Shapiro, di dovere qualcosa per il successo che il complesso dei Rokes ha avuto? «Al Piper. Prima di suonare in quel locale romano - risponde l'artista - eravamo degli sconosciuti. Quando suonavi al Piper capivi che stava accadendo qualcosa di speciale: una sera per esempio si presentò in camerino una coppia per chiederci un autografo: erano Federico Fellini e Giulietta Masina». E che cosa pensa oggi dei mitici anni Sessanta? «A forza di sentirne parlare in modo retorico, confesso che gli anni Sessanta mi hanno un po' stufato. Tutti - chiude - hanno detto qualcosa su quel periodo, ma mai in modo davvero documentato e intelligente».
Nel libro racconta la Londra della sua gioventù, parla della nebbia talmente fitta da non lasciar intravedere nulla, dei giovani e del modo di divertirsi di allora. Ma che impressione gli fece l'Italia al primo impatto? «Quella - risponde - di un mondo in bianco e nero, che aveva paura di dichiararsi. Era come se mancassero i colori, a Milano i taxi erano dipinti in verde scuro e nero. Quando con il gruppo dei Rokes iniziammo a suonare dal vivo c'erano persone che venivano a sentirci tutte le sere, anche dieci-quindici volte di seguito: come se improvvisamente noi avessimo portato un po' di colore nelle loro vite grigie». «In Italia - prosegue - non esisteva ancora il concetto di divertimento e gli stessi giovani erano inespressi. Le ragazze uscivano di casa con la minigonna nascosta nella borsetta, i ragazzi troppo liberi erano visti come un pericolo, un peccato sociale, e in un certo senso anche politico»›. A chi sente, Shapiro, di dovere qualcosa per il successo che il complesso dei Rokes ha avuto? «Al Piper. Prima di suonare in quel locale romano - risponde l'artista - eravamo degli sconosciuti. Quando suonavi al Piper capivi che stava accadendo qualcosa di speciale: una sera per esempio si presentò in camerino una coppia per chiederci un autografo: erano Federico Fellini e Giulietta Masina». E che cosa pensa oggi dei mitici anni Sessanta? «A forza di sentirne parlare in modo retorico, confesso che gli anni Sessanta mi hanno un po' stufato. Tutti - chiude - hanno detto qualcosa su quel periodo, ma mai in modo davvero documentato e intelligente».
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