La protesta
Sotto accusa il babbo del bimbo morto a San Vincenzo nel 2007
Esplosivi e armi vietate nella casa dove il piccolo Riccardo si sparò
Luciano De Majo
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Laula del tribunale di Livorno dove si svolge il processo 2 MINUTI DI LETTURA
SAN VINCENZO. Bastò un colpo, uno solo, per spezzare la vita di Riccardo Laffi, il bambino di sei anni che si uccise nel gennaio del 2007 mentre giocava con la pistola del padre, nella casa di famiglia di San Vincenzo. Ieri il fatto è stato rievocato nell'aula del tribunale di Livorno, dove Alessandro Laffi, 33 anni, è imputato per la modifica della pistola e per il possesso di oggetti definiti dall'accusa "esplosivi micidiali". Ha già patteggiato, invece, la pena di un anno e sei mesi per l'omicidio colposo e per l'omessa custodia della pistola. Il medico legale Luigi Papi ha ricordato l'autopsia svolta sul cadavere del piccolo Riccardo, ripetendo che il proiettile provocò danni irreparabili al fegato e ai vasi epatici, rendendo vano ogni tentativo di intervento dei familiari e dei medici dell'ospedale di Piombino dove il bimbo fu portato. E dei proiettili si è parlato a lungo, ieri mattina, con le deposizioni di alcuni dei carabinieri che hanno preso parte ai rilievi effettuati subito dopo il tragico incidente. Erano pallottole a ogiva cava. «Parlando con i colleghi, sentii dire che si trattava di proiettili vietati», ha detto il carabiniere Fabrizio Corlianò, che partecipò ai rilievi effettuati nella villa dei Laffi. «La pistola la trovammo vicino all'albero di Natale», ha ricordato Corlianò. Il maresciallo Santo Marrandino, in servizio nei carabinieri a Livorno, ha affermato che furono ritrovati tre frammenti di un proiettile. E ha aggiunto che vennero trovati «due tubi di metallo che contenevano della polvere di colore grigio che ci sembrava polvere da sparo». Insieme a questi, anche «una miccia lunga 19 centimetri». Un mix di oggetti ritenuti pericolosi che ha fatto introdurre nel processo il possesso dei cosiddetti "esplosivi micidiali".
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