In aula sfilano i testimoni della difesa. La verità sulla pistola sparita dalla cassaforte
Ricostruiti i movimenti degli imputati
Criscitiello: «Loi e Serafini sapevano dov'erano le chiavi di casa di Alfredo»
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PIOMBINO. Luca Serafini è cresciuto con Alfredo Pietrini, lo chiama zio. Pino Loi faceva il muratore e qualche lavoretto nella casa dei Ghiaccioni dove Natalina Meschini è stata trovata morta ammazzata il 21 dicembre 2007. Loro sapevano che il mazzo di chiavi utilizzato per entrare nella casa di Alfredo, era nell'appartamento dell'anziana. Parola di Antonio Criscitiello. Ieri nell'aula della Corte d'assise di Livorno, sono sfilati i primi testimoni della difesa. E un imputato, Antonio Criscitiello. Luca Serafini, accusato dell'omicidio di Natalina Meschini con Pino Loi, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ha parlato invece Antonio Criscitiello, difeso dall'avvocato Alessandro Bonni. Accusato di acquisto e detenzione illegale in concorso della 7.65 che fu rubata dalla cassaforte di Pietrini. L'ex perito industriale si è presentato in aula su una sedia a rotelle. A fatica ha raggiunto la corte, appoggiato alle stampelle. Ha parlato del suo rapporto con Alfredo Pietrini, soprattutto, ma anche con Carlo Giangiacomi, Giancarlo Paponi, Iorio Becherini, Luca Serafini. Nomi che rimbombano. Nomi di imputati come lui in questa brutta storia finita con la morte di una donna di 82 anni. Criscitiello ha risposto al pm Giaconi sui prestiti di Pietrini agli amici. «Lo hanno sempre fregato - dice - perché non gli restituivano i soldi». Racconta uno screzio tra Pietrini (difeso da Franco Balestrieri e Maria Grazia Schiavone), e Loi (difeso da Federico Procchi). Ma anche con Serafini, sempre per un prestito non restituito. Screzi che però si erano subito ricomposti. Qualche giorno dopo l'omicidio, Criscitiello ha parlato con Pietrini. Gli ha chiesto di andare dai carabinieri, di fare i nomi di chi sapeva dov'erano le chiavi del suo appartamento a casa della madre. «Ma Pietrini non mi è stato a sentire - aggiunge - eppure me lo aveva detto che erano Loi e Serafini». Poi racconta dell'arma che aveva venduto a Pietrini e che poi è scomparsa dalla cassaforte della casa dei Ghiaccioni. «L'avevo comprata a Reggio Emilia - spiega - perché mi avevano detto che era di un partigiano. Poi l'ho data a Pietrini, ma glielo avevo detto che era un residuato bellico e che quindi non doveva essere utilizzata, non poteva sparare». Dopo Criscitiello è la volta dei testimoni della difesa. Della moglie di Loi, di un cliente del bar Falcone. È lui a dire che quel pomeriggio del 21 dicembre Luca Serafini, Carlo Giangiacomi e Giancarlo Paponi erano insieme al bar. Alle 16,30. Fino a dopo le 17. Fino a poco prima che vedesse passare l'ambulanza che correva ai Ghiaccioni.
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