Il dolore
«Droga in carcere? Non ci posso credere»
Baldo Puccini
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Il carcere di Forte San Giacomo a Porto Azzurro La testimonianza di Palazzo, ex comandante della penitenziaria
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PORTO AZZURRO. Una vita trascorsa nei penitenziari. Dall'altra parte però: quella della legge. Per 41 anni ha prestato servizio nella polizia penitenziaria: da semplice agente è arrivato fino al grado di vice commissario. Mario Palazzo è nato a Falciano Del Marsico un centro in provincia di Caserta. Da 45 anni vive a Porto Azzurro dove è arrivato nel 1965, due anni dopo essersi arruolato nella polizia penitenziaria. Una vita passata nel carcere di Forte San Giacomo. Per 17 anni è stato il comandante delle guardie. Ha vissuto tempi difficili, quelli che hanno visto transitare nel carcere elbano e Pianosa il ghota della mafia e non solo: Pippo Calò, Michele Greco, Francis Turatello, Renato Vallanzasca, Nitto Santapaola, Pippo Madonia, Giovanni Brusca e tanti altri. Palazzo non è mai stato uno "sbirro" "un superiore". Viveva nel carcere e per il carcere oltre le sbarre, quello fatto di gente anche se con pene da espiare. L'agente di custodia non solo un guardiano. Qualcosa è cambiato. A Porto Azzurro è una giornata grigia e non solo a livello metereologico. L'inchiesta su presunte irregolarità da parte di agenti di custodia, quelle legate alla droga è a un punto di svolta. Domani ci sarà l'udienza dal Gup. Mario Palazzo dalla banchina del molo di Porto Azzurro, guarda in alto, i bastioni del Forte San Giacomo. Dice: «Non posso credere che 12 agenti di polizia penitenziaria si siano trasformati in consumatori se non addirittura spacciatori di droga. Questa mia convinzione è motivata dal fatto che ho svolto ininterrottamente le funzioni di comandante di reparto della casa di reclusione di Porto Azzurro per 17 anni, dal 1987 fino al 2003». Fra i sospettati anche agenti con i quali aveva lavorato. Ricorda Palazzo: «Quando Mario Tuti, il 25 agosto del 1987, capeggiò la rivolta una buona parte degli agenti oggi coinvolti in questa indagine della Finanza erano miei subalterni e siccome li conosco bene stento a credere ad un loro coinvolgimento, personalmente posso solo affermare che durante la mia gestione sulla sicurezza della casa di reclusione si comportavano in maniera esemplare, agenti affidabili, fedeli, anzi fedelissimi, pronti a svolgere qualsiasi tipo di servizio e non poche volte hanno sacrificato i loro affetti familiari rinunciando al loro tempo libero rendendosi disponibili per un forte senso del dovere. Alcuni di quelli coinvolti non hanno prestato servizio alle mie dipendenze per cui non posso esprimere alcun giudizio nei loro confronti». Mercoledì è prevista la prima udienza. Palazzo è chiaro: «Se l'autorità giudiziaria competente ravviserà estremi di reato è giusto che paghino. Chi indossa una divisa deve avere il dovere morale di rispettarla e di onorarla. Sono convinto che ne usciranno puliti con l'archiviazione del procedimento».
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