Il Tirreno

Ambiente. Giudizi pesanti nei confronti dell’ente da uno studio dell’Università di Padova

Contro il Parco 9 elbani su 10

La testimonianza dello stato di abbandono delle case un tempo abitate sull’isola di Pianosa, uno degli aspetti di criticità rilevati dallo studio
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La testimonianza dello stato di abbandono delle case un tempo abitate sull’isola di Pianosa, uno degli aspetti di criticità rilevati dallo studio

«Troppi vincoli e nessun beneficio per chi lavora nell'area protetta»

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 PORTOFERRAIO. Una sonora bocciatura del Parco dell'Arcipelago e delle sue attività sul territorio. E stavolta non si tratta di politica ma di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell'Università di Padova, coordinati dal professor Andrea Camperio Ciani, in collaborazione con l'associazione internazionale per lo studio e la conservazione degli ecosistemi (Aps Gea onlus).  Giudizi pesanti affidati a una lettera aperta che il gruppo di ricerca ha scritto al ministero dell'ambiente dai quali trapela, secondo loro, un fallimento del Parco nei suoi scopi prioritari. I 46 ricercatori, capitanati da Camperio Ciani non sono nuovi a "incursioni" nei parchi. Sotto la loro lente di ingrandimento sono già finite le foreste casentinesi e il delta del Po. All'Elba sono arrivati con due scopi: intervistare la popolazione e verificare di persona lo stato delle aree protette.  I questionari. Attraverso circa 400 questionari e 250 interviste i ricercatori si sono fatti un'idea di cosa pensano gli elbani del Parco. La risposta è stata tutt'altro che confortante. «Oggi l'opposizione della popolazione al Parco - si legge nella lettera aperta al ministero - è passata da un 50% a un 90-95%». E le motivazioni sono tra le più varie: la proliferazione di cinghiali e mufloni a danno delle attività agricole, l'attivazione di aree marine protette che hanno favorito, anziché limitato, il fenomeno della pesca di frodo, la disparità di trattamento percepita da alcune categorie economiche (anzitutto gli albergatori) per chi lavora dentro i confini del Parco ed è sottoposto a vincoli e limitazioni ai quali non corrispondono benefici, per non parlare delle persone «infuriate - si legge nella nota - per la gestione ambigua della questione degli elettrodotti».  I controlli sul campo. I ricercatori non si sono però limitati a domandare, ma hanno anche esplorato le zone protette. Anche in questo caso con esiti non felici per il Parco. Sull'isola gli studiosi di Padova hanno rilevato «sentieri spesso rovinati dalla presenza di spazzatura e lasciati in condizioni di apparente abbandono». Tra Cavo e Rio Marina «il sentiero si perde in più punti, in alcuni tratti inducendo gli escursionisti meno capaci verso pericolose falesie». Mentre nel tratto Procchio-Monte Perone tra alberi caduti e segnaletica fatiscente o sbagliata percorrere il sentiero diventa un'impresa. Non va meglio anche nella zona tra monte Perone e Pomonte dove «abbiamo incontrato escursionisti che tornavano indietro dispersi e spaventati delle condizioni del sentiero». La conclusione dei ricercatori? «La figura che il Parco fa con i visitatori - scrivono - è pessima». E le cose non migliorano a Pianosa che «ci ha lasciato sorpresi e sconcertati - si legge nella lettera - per il suo stato di abbandono». Un esempio, secondo i ricercatori, dei danni che può fare la presenza di troppi enti con competenze proprie sul territorio.  Il problema più serio, però, gli studiosi di Padova lo hanno rilevato sul fronte della comunicazione e il coinvolgimento della popolazione locale che non c'è o è carente. «Se questo Parco - concludono - non tutela soprattutto le popolazioni e le loro attività ha inesorabilmente fallito il suo scopo e noi ne saremmo responsabili tacendo».

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