Sicurezza
Amianto nelle fabbriche
Rischio amianto, salva solo la Lucchini
V.P. /
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Fabrizio ToninelliNiente benefici contributivi da rischio amianto per i lavoratori Dalmine e Magona che ancora ci speravano. La doccia fredda arriva da Roma dove il Senato, all'interno del decreto milleproroghe, ha dato il via ad un emendamento del Pdl a firma Antonio Battaglia
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PIOMBINO. Niente benefici contributivi da rischio amianto per i lavoratori Dalmine e Magona che ancora ci speravano. La doccia fredda arriva da Roma dove il Senato, all'interno del decreto milleproroghe, ha dato il via ad un emendamento del Pdl a firma Antonio Battaglia. L'atto cancella la sentenza del Tar del Lazio che estendeva all'intero territorio nazionale il diritto ai trattamenti previdenziali speciali per tutti gli esposti. Anche dopo l'entrata in vigore della legge del 1992 che vietava l'uso del materiale.
Nulla cambia, invece, per i lavoratori Lucchini e delle imprese del suo indotto.
Con l'emendamento, infatti, il quadro di riferimento torna indietro. Siamo al 24 dicembre 2008. Durante lo scorcio finale della legislatura, il governo Prodi adotta una sorta di sanatoria che riapre i termini ma soltanto per 14 realtà industriali del Paese. Unica in Toscana, la Lucchini.
La cosa non piace ad alcuni comitati di difesa delle vittime e degli esposti al rischio. Che chiedono il pronunciamento del Tar del Lazio, ravvisando nel provvedimento del governo forti elementi di incostituzionalità. Insomma, per i ricorrenti, una volta riconosciuto, il diritto deve essere esteso. E deve esserlo indipendentemente dallo spartiacque del 1992.
Nel giugno scorso il Tribunale dà loro ragione. A cancellarla ci pensa l'emendamento del Pdl da cui si salvano solo quei 14 siti individuati dall'esecutivo precedente.
«Con il cosiddetto milleproroghe si torna indietro», conferma Fabrizio Toninelli (segreteria Uilm). E aggiunge: «A suo tempo, insieme a Fim e Uilm, avevamo fatto presente al ministro Damiano che il decreto introduceva situazioni di ingiustizia. Basti dire che ha tagliato fuori la Breda di Pistoia. Uno stabilimento che ha pagato cara, in termini di morti, la presenza dell'amianto. Adesso vedremo il da farsi».
A questo punto, però, le possibilità per Dalmine e Magona sono scarse. Chi è dentro è dentro, chi è fuori resta fuori. A meno che qualche legale non impugni la decisione rivolgendosi alla Corte europea e che questa gli dia ragione.
Sulla questione interviene la parlamentare Pd Silvia Velo che aveva presentato un'interrogazione a cui ha risposto il sottosegretario Viespoli. «Il governo - dice - si è limitato a ricostruire la norma. Chiedevo invece di intervenire sul quadro normativo garantendo la bonifica definitiva degli impianti e favorendo lo stesso trattamento dei lavoratori per evitare differenziazioni inique».
Nulla cambia, invece, per i lavoratori Lucchini e delle imprese del suo indotto.
Con l'emendamento, infatti, il quadro di riferimento torna indietro. Siamo al 24 dicembre 2008. Durante lo scorcio finale della legislatura, il governo Prodi adotta una sorta di sanatoria che riapre i termini ma soltanto per 14 realtà industriali del Paese. Unica in Toscana, la Lucchini.
La cosa non piace ad alcuni comitati di difesa delle vittime e degli esposti al rischio. Che chiedono il pronunciamento del Tar del Lazio, ravvisando nel provvedimento del governo forti elementi di incostituzionalità. Insomma, per i ricorrenti, una volta riconosciuto, il diritto deve essere esteso. E deve esserlo indipendentemente dallo spartiacque del 1992.
Nel giugno scorso il Tribunale dà loro ragione. A cancellarla ci pensa l'emendamento del Pdl da cui si salvano solo quei 14 siti individuati dall'esecutivo precedente.
«Con il cosiddetto milleproroghe si torna indietro», conferma Fabrizio Toninelli (segreteria Uilm). E aggiunge: «A suo tempo, insieme a Fim e Uilm, avevamo fatto presente al ministro Damiano che il decreto introduceva situazioni di ingiustizia. Basti dire che ha tagliato fuori la Breda di Pistoia. Uno stabilimento che ha pagato cara, in termini di morti, la presenza dell'amianto. Adesso vedremo il da farsi».
A questo punto, però, le possibilità per Dalmine e Magona sono scarse. Chi è dentro è dentro, chi è fuori resta fuori. A meno che qualche legale non impugni la decisione rivolgendosi alla Corte europea e che questa gli dia ragione.
Sulla questione interviene la parlamentare Pd Silvia Velo che aveva presentato un'interrogazione a cui ha risposto il sottosegretario Viespoli. «Il governo - dice - si è limitato a ricostruire la norma. Chiedevo invece di intervenire sul quadro normativo garantendo la bonifica definitiva degli impianti e favorendo lo stesso trattamento dei lavoratori per evitare differenziazioni inique».
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