Italia
vittima esasperata
Preso costruttore usuraio
◗
Vittima e usuraio lavorano entrambi nelle costruzioniUn tasso di interesse dell'8 per cento al mese. In soldoni qualcosa come 15mila euro che ogni trenta giorni riceveva per averne prestati 200mila. Il tutto per due anni, come dire 400mila euro, il doppio del prestito al quale, di fatto, era applicato un tasso d'interesse complessivo del 100%
4 MINUTI DI LETTURA
PORTOFERRAIO. Un tasso di interesse dell'8 per cento al mese. In soldoni qualcosa come 15mila euro che ogni trenta giorni riceveva per averne prestati 200mila. Il tutto per due anni, come dire 400mila euro, il doppio del prestito al quale, di fatto, era applicato un tasso d'interesse complessivo del 100%. L'usuraio in questione, però, non ha fatto in tempo a incassare l'ultimo assegno.
L'uomo è stato fermato dai carabinieri di Portoferraio proprio mentre si recava in banca per incassarlo. E così per Raffaele De Simone, 60 anni, di origine napoletana, da tempo imprenditore nel settore dell'edilizia a Portoferraio, sono scattate le manette: il reato è quello di usura e estorsione.
L'arresto è stato convalidato dal Tribunale di Livorno (a pochi giorni dal fermo dell'uomo) che ha anche disposto, per De Simone, la custodia cautelare in carcere alle Sughere di Livorno. Una vicenda di estorsione e di disperazione. Un girone infernale nel quale si è trovato coinvolto un altro imprenditore del comparto edile elbano a causa delle difficoltà economiche della sua azienda, legate anche al momento di crisi che ha fatto non poche vittime anche all'isola d'Elba.
La vittima dell'usura si era trovata alle strette. Non riuscendo a incassare le somme dovute per i lavori già conclusi ma, al contempo, pressato dai propri fornitori, che chiedevano pagamenti e garanzie per i materiali consegnati, e dai propri dipendenti, che a fine mese volevano vedere i soldi, si era rivolto a quello che credeva essere un amico oltre che un collega. La richiesta? Almeno 2mila euro, alla svelta, la somma necessaria a risolvere così tante situazioni problematiche.
I patti però erano chiari sin dall'inizio: il prestito sarebbe stato accordato, ma a condizione che fino a quando il debitore non sarebbe stato in grado di restituire in un'unica soluzione l'intera somma di denaro, avrebbe dovuto versare poco meno di 15mila euro al mese.
Una cifra che però non estingueva via via il prestito ma che doveva essere considerata a tutti gli effetti solo l'interesse mensile.
Il calcolo è presto fatto: alla fine di due anni di "pagamenti" la somma restituita aveva praticamente raddoppiato il capitale ricevuto: una quantità esorbitante di soldi che tuttavia non azzerava il debito iniziale, di fatto ancora completamente sulle spalle della vittima.
L'unico modo per liberarsi da questo incubo era quello di trovare il modo per restituire in un'unica soluzione la cifra dovuta. Un traguardo irraggiungibile per il costruttore: con gli interessi da pagare, i creditori alle calcagna e la crisi le difficoltà economiche aumentavano di giorno in giorno e il destino dell'azienda era sempre più segnato.
Anche l'usuraio aveva però percepito i problemi che la sua vittima stava incontrando, vedendo infatti arrivare il pagamento degli interessi sempre più in ritardo: per questa ragione erano cominciate a fioccare le prime intimidazioni. Velate minacce che man mano hanno assunto un tono più cupo, in particolare quando il flusso di denaro si è interrotto definitivamente, non potendo più l'imprenditore far fronte agli impegni che si era preso.
La paventata presenza di gruppi di persone del sud Italia che sarebbero state all'origine del "prestito" e che volevano indietro i loro soldi, nonostante le cifre già ricevute quale interesse, era la costante pressione esercitata sull'imprenditore elbano, che vedeva minacciata la sua famiglia e i suoi beni.
A far scattare le indagini è stato il tam tam di voci che si erano sparse nel settore edile dove i due protagonisti operano: «qualcuno è finito sotto usura», il ritornello più frequente.
Voci che hanno trovato conferma dalle indagini condotte dai carabinieri di Portoferraio che hanno avvicinato la vittima, che dopo un primo momento di paura ed imbarazzo, non ha potuto fare altro che accettare l'aiuto dell'Arma.
Sono a quel punto bastati un paio di incontri tra la vittima e l'usuraio, monitorati dai carabinieri e immortalati da un piccolo registratore portatile, per fornire gli elementi necessari a far scattare la trappola finale, messa in pratica proprio di fronte a un istituto di credito.
L'uomo è stato tratto in arresto, poi è arrivata la convalida da parte dei magistrati del tribunale di Livorno.
L'uomo è stato fermato dai carabinieri di Portoferraio proprio mentre si recava in banca per incassarlo. E così per Raffaele De Simone, 60 anni, di origine napoletana, da tempo imprenditore nel settore dell'edilizia a Portoferraio, sono scattate le manette: il reato è quello di usura e estorsione.
L'arresto è stato convalidato dal Tribunale di Livorno (a pochi giorni dal fermo dell'uomo) che ha anche disposto, per De Simone, la custodia cautelare in carcere alle Sughere di Livorno. Una vicenda di estorsione e di disperazione. Un girone infernale nel quale si è trovato coinvolto un altro imprenditore del comparto edile elbano a causa delle difficoltà economiche della sua azienda, legate anche al momento di crisi che ha fatto non poche vittime anche all'isola d'Elba.
La vittima dell'usura si era trovata alle strette. Non riuscendo a incassare le somme dovute per i lavori già conclusi ma, al contempo, pressato dai propri fornitori, che chiedevano pagamenti e garanzie per i materiali consegnati, e dai propri dipendenti, che a fine mese volevano vedere i soldi, si era rivolto a quello che credeva essere un amico oltre che un collega. La richiesta? Almeno 2mila euro, alla svelta, la somma necessaria a risolvere così tante situazioni problematiche.
I patti però erano chiari sin dall'inizio: il prestito sarebbe stato accordato, ma a condizione che fino a quando il debitore non sarebbe stato in grado di restituire in un'unica soluzione l'intera somma di denaro, avrebbe dovuto versare poco meno di 15mila euro al mese.
Una cifra che però non estingueva via via il prestito ma che doveva essere considerata a tutti gli effetti solo l'interesse mensile.
Il calcolo è presto fatto: alla fine di due anni di "pagamenti" la somma restituita aveva praticamente raddoppiato il capitale ricevuto: una quantità esorbitante di soldi che tuttavia non azzerava il debito iniziale, di fatto ancora completamente sulle spalle della vittima.
L'unico modo per liberarsi da questo incubo era quello di trovare il modo per restituire in un'unica soluzione la cifra dovuta. Un traguardo irraggiungibile per il costruttore: con gli interessi da pagare, i creditori alle calcagna e la crisi le difficoltà economiche aumentavano di giorno in giorno e il destino dell'azienda era sempre più segnato.
Anche l'usuraio aveva però percepito i problemi che la sua vittima stava incontrando, vedendo infatti arrivare il pagamento degli interessi sempre più in ritardo: per questa ragione erano cominciate a fioccare le prime intimidazioni. Velate minacce che man mano hanno assunto un tono più cupo, in particolare quando il flusso di denaro si è interrotto definitivamente, non potendo più l'imprenditore far fronte agli impegni che si era preso.
La paventata presenza di gruppi di persone del sud Italia che sarebbero state all'origine del "prestito" e che volevano indietro i loro soldi, nonostante le cifre già ricevute quale interesse, era la costante pressione esercitata sull'imprenditore elbano, che vedeva minacciata la sua famiglia e i suoi beni.
A far scattare le indagini è stato il tam tam di voci che si erano sparse nel settore edile dove i due protagonisti operano: «qualcuno è finito sotto usura», il ritornello più frequente.
Voci che hanno trovato conferma dalle indagini condotte dai carabinieri di Portoferraio che hanno avvicinato la vittima, che dopo un primo momento di paura ed imbarazzo, non ha potuto fare altro che accettare l'aiuto dell'Arma.
Sono a quel punto bastati un paio di incontri tra la vittima e l'usuraio, monitorati dai carabinieri e immortalati da un piccolo registratore portatile, per fornire gli elementi necessari a far scattare la trappola finale, messa in pratica proprio di fronte a un istituto di credito.
L'uomo è stato tratto in arresto, poi è arrivata la convalida da parte dei magistrati del tribunale di Livorno.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
