Gioco
La Fabbrica Rosa
L'agonia della "fabbrica rosa"Solo in sei al lavoro alla Cst
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La fabbrica della Cst-Net durante la dura lotta dei lavoratori contro la chiusuraSul libro-paga la manodopera femminile è sempre stata numerosa. E per questo c'era chi l'aveva chiamata "La fabbrica delle donne". In un comprensorio in cui il lavoro è soprattuto maschile, l'esperienza della Cst Net è stata vista subito con favore.
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VENTURINA. Sul libro-paga la manodopera femminile è sempre stata numerosa. E per questo c'era chi l'aveva chiamata "La fabbrica delle donne". In un comprensorio in cui il lavoro è soprattuto maschile, l'esperienza della Cst Net è stata vista subito con favore.
Questo nonostante che di ombre ce ne siano state fin dagli inizi. Ma ora la fabbrica delle donne si sta spegnendo lentamente. Dentro il capannone sono rimasti cinque o sei dipendenti. Più o meno sempre gli stessi. Addetti al magazzino e alla manutenzione degli impianti. Gli altri, tutti fuori, in cassa integrazione straordinaria. Solo per pochissimi, una breve sospensione per un impiego stagionale.
La cassa è scattata nel febbraio scorso. Per un anno. Un secondo anno ci sarà solo se, entro il febbraio prossimo, il piano di gestione delle uscite raggiungerà le 20 persone.
Finora 13 lavoratori hanno lasciato lo stabilimento. C'è chi ha trovato un posto fuori zona. E anche chi era entrato in Dalmine. Da un guaio ad un altro.
«Quando sono iniziati i problemi più seri, in fabbrica eravamo 150. Al momento dell'accordo sulla cassa integrazione, eravamo scesi a 94. Con le 13 uscite siamo rimasti 81, per metà donne», racconta Marina Giulianelli. Vede nero, la delegata sindacale della Fiom. «Prospettive non ce ne sono. La crisi globale - prosegue la sindacalista - si è innestata in un'azienda che si trovava già in una situazione gravissima. E' fondato il rischio che la produzione non riprenda e che si resti tutti fuori».
Concorrenza estera (Cina in testa) a basso costo, il collasso del settore automobilistico (l'automotive costituiva il 70% della produzione di circuiti stampati della Cst Net) sono le concause elencate da Marina Giulianelli. Che però ne sottolinea una in particolare: «La mancanza di volontà imprenditoriale, della capacità di investire in una produzione che, magari riducendo gli spazi, può essere riconvertita. Nel campo biomedico o della difesa militare, ad esempio. Eppure - conclude - il gruppo Lonati ha chiuso il 2008 con un utile netto di 33 milioni di euro. Ci dicono che è perchè ha ceduto un po' di patrimonio immobiliare. Sia per quel che sia, l'utile c'è stato. E noi siamo qui senza futuro».
V.P.
Questo nonostante che di ombre ce ne siano state fin dagli inizi. Ma ora la fabbrica delle donne si sta spegnendo lentamente. Dentro il capannone sono rimasti cinque o sei dipendenti. Più o meno sempre gli stessi. Addetti al magazzino e alla manutenzione degli impianti. Gli altri, tutti fuori, in cassa integrazione straordinaria. Solo per pochissimi, una breve sospensione per un impiego stagionale.
La cassa è scattata nel febbraio scorso. Per un anno. Un secondo anno ci sarà solo se, entro il febbraio prossimo, il piano di gestione delle uscite raggiungerà le 20 persone.
Finora 13 lavoratori hanno lasciato lo stabilimento. C'è chi ha trovato un posto fuori zona. E anche chi era entrato in Dalmine. Da un guaio ad un altro.
«Quando sono iniziati i problemi più seri, in fabbrica eravamo 150. Al momento dell'accordo sulla cassa integrazione, eravamo scesi a 94. Con le 13 uscite siamo rimasti 81, per metà donne», racconta Marina Giulianelli. Vede nero, la delegata sindacale della Fiom. «Prospettive non ce ne sono. La crisi globale - prosegue la sindacalista - si è innestata in un'azienda che si trovava già in una situazione gravissima. E' fondato il rischio che la produzione non riprenda e che si resti tutti fuori».
Concorrenza estera (Cina in testa) a basso costo, il collasso del settore automobilistico (l'automotive costituiva il 70% della produzione di circuiti stampati della Cst Net) sono le concause elencate da Marina Giulianelli. Che però ne sottolinea una in particolare: «La mancanza di volontà imprenditoriale, della capacità di investire in una produzione che, magari riducendo gli spazi, può essere riconvertita. Nel campo biomedico o della difesa militare, ad esempio. Eppure - conclude - il gruppo Lonati ha chiuso il 2008 con un utile netto di 33 milioni di euro. Ci dicono che è perchè ha ceduto un po' di patrimonio immobiliare. Sia per quel che sia, l'utile c'è stato. E noi siamo qui senza futuro».
V.P.
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