Il Tirreno

LA CRISI DELLA DALMINE

«Alla mia bimba chi darà da mangiare?»

Francesca Lenzi
Massimiliano Colli, 33 anni, ha una bimba di appena sei mesi
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Massimiliano Colli, 33 anni, ha una bimba di appena sei mesi

Il rischio è alto. Altissimo. Un rischio che si chiama licenziamento, e che vede coinvolti 124 dipendenti. Tra loro c'è Massimiliano Colli. 33 anni, alla Dalmine dal 2000, si presenta in redazione con in braccio la piccola Sofia, nata 6 mesi fa

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PIOMBINO. Il rischio è alto. Altissimo. Un rischio che si chiama licenziamento, e che vede coinvolti 124 dipendenti. Tra loro c'è Massimiliano Colli. 33 anni, alla Dalmine dal 2000, si presenta in redazione con in braccio la piccola Sofia, nata 6 mesi fa.

Come ha avuto la notizia della chiusura?
«Era martedì mattina, e stavo portando Sofia dalla nonna, prima di andare al lavoro. Mi capita di passare di fronte a un'edicola, e leggo sempre la locandina del Tirreno. Ascoltavo la musica, tranquillo, quando vedo la scritta "Chiude la Dalmine". Qualche voce poco bella era già circolata la sera precedente, ma niente del genere; e comunque la speranza che la stampa avesse esagerato mi ha accompagnato fino al lavoro. Purtroppo lì, durante l'assemblea, abbiamo avuto la certezza del contenuto del piano aziendale».

Cosa ha provato in quel momento?
«Disorientamento. Certo, l'aria di crisi si respirava da un po' di tempo, con la diminuzione del mercato e la cassa integrazione degli ultimi mesi; qualcosa di ignoto si immaginava, ma niente di così drammatico né definitivo. Anche prima della mia assunzione, nel 2000, gli operai più anziani hanno sempre parlato di periodi abituali caratterizzati da calo di produzione e cassa integrazione».

Insomma, è stata un'autentica sorpresa?
«Sì. Se fai un giro in fabbrica vedi che la maggior parte di noi, forse il 90%, ha meno di 40 anni; fino a un anno fa addirittura venivano presi degli interinali nei momenti di maggior attività. Niente faceva supporre una decisione del genere, all'interno di un'azienda in cui si sta bene, anche da un punto di vista economico».

L'azienda sembra indicare nel costo delle bonifiche e degli oneri demaniali il vero problema.
«Non so che dire. Noi sapevamo di un accordo in questo senso, che doveva servire proprio per ammortizzare le spese da parte dell'azienda. Non è molto chiara la situazione, di chi sia la colpa o la responsabilità, tanto che durante l'assemblea ho preso la parola per chiedere appunto con chi mi devo arrabbiare. Al di là delle cause, quello che più mi fa rabbia è come non venga in nessun modo presa in considerazione la vita di noi lavoratori, quello che proviamo, quello che faremo se dovesse essere confermata la chiusura».

In quel caso, cosa farà?
«Mi rimboccherò le maniche, quello è sicuro. Mia moglie Francesca lavora come insegnante di sostegno in una scuola elementare di Piombino, ma è precaria; abbiamo un mutuo e una bambina».
Già, la piccola Sofia, con la quale il babbo scherza, con lo spirito di chi non si arrende allo sconforto: «E a te chi te lo dà da mangiare?»

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