Il Tirreno

TESORI DEL MARE

Dal relitto riaffiorano i primi reperti

Valentina Landucci
Sommozzatori dell’Explorer Team Chimera di Portoferraio che collabora con la sovrintendenza nella campagna di ricerca sul relitto del Nasuto
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Sommozzatori dell’Explorer Team Chimera di Portoferraio che collabora con la sovrintendenza nella campagna di ricerca sul relitto del Nasuto

Sono affiorati dalla sabbia argillosa dopo dieci giorni di scavo. Bocche di un diametro di circa 30 centimetri, che spuntano dal fondale dove sono rimaste nascoste per 2mila anni. Enormi pance di 4 metri di circonferenza sepolte sotto sessantacinque metri d'acqua. Intatte: così come 2 millenni fa furono caricate sull'imbarcazione diretta in Gallia

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MARCIANA MARINA. Sono affiorati dalla sabbia argillosa dopo dieci giorni di scavo. Bocche di un diametro di circa 30 centimetri, che spuntano dal fondale dove sono rimaste nascoste per 2mila anni.

Enormi pance di 4 metri di circonferenza sepolte sotto sessantacinque metri d'acqua. Intatte: così come 2 millenni fa furono caricate sull'imbarcazione diretta in Gallia per rifornire le truppe di Cesare Augusto di olio, vino e generi alimentari. Sono i dolia del relitto del Nasuto sul quale si è da poco conclusa la quinta campagna di scavo diretta da Pamela Gambogi della sovrintendenza ai beni archeologici della Toscana. Immersi nel blu delle acque di Marciana Marina, a 900 metri dalla Torre Pisana, sono uno spettacolo per pochi eletti: i sommozzatori dell'Explorer Team Chimera di Portoferraio, un'associazione onlus che opera in convenzione con la sovrintendenza e che ha riportato in superficie il primo dei coperchi dei dolia sul relitto.

La campagna, finanziata dal Minsitero e sostenuta dal Comune di Marciana Marina, è stata resa possibile grazie al lavoro degli ormeggiatori di Piombino, che hanno messo a disposizione l'imbarcazione per le ricerche, il Phalesia, il diving Polo Sub che ha supportato i sommozzatori per tutti gli aspetti tecnici e i Cantieri Marinesi. A bordo del Phalesia l'ingegner David Scaradozzi, dell'università politecnica delle Marche che ha reso possibili, lavorando con i sommozzatori in immersione, i rilevamenti gps sul relitto fotografato, pezzo per pezzo, per fornire la prima immagine completa dell'imbarcazione. «La profondità alla quale si trova il relitto - spiega Gambogi - ha consentito la conservazione dei dolia, tutti intatti tranne uno. Lo stesso non si può dire dello scafo che riteniamo, comunque, sia in buone condizioni». E questo è uno dei motivi che rende speciale il relitto di Marciana Marina. Si tratta forse dell'unica testimonianza di un'imbarcazione romana con dolia integri e in formazione, posizionati al centro della nave, con anfore più piccole sistemate a prua e a poppa. Una delle pochissime - ce ne sono 10 in tutto il Mediterraneo - che potrà fornire informazioni sulla nave, una rarità dato che scafi del genere furono costruiti dai romani per circa un secolo. Poi queste produzioni vennero interrotte. Perché? Da dove era partita l'imbarcazione? Quali furono le cause del naufragio? Misteri che attendono di essere riportati in superficie. Intanto resta il fascino della scoperta, «l'emozione di riportare alla luce - racconta Massimo Giudicelli, responsabile tecnico dell'Explorer Team Chimera - scavando con le proprie mani oggetti rimasti sepolti in mare per 2mila anni».

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