Il Tirreno

Piombino

Caccia tragica, via al processo

Alessandro De Gregorio
Fausto Lorenzelli Sopra: l’arrivo della vedova sul luogo della tragedia
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Fausto Lorenzelli Sopra: l’arrivo della vedova sul luogo della tragedia

Era il 9 dicembre di tre anni fa quando il sindaco di Sassetta, Fausto Lorenzelli (53 anni), fu ucciso da un compagno di caccia durante una battuta al cinghiale a Pian delle Vigne.

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PIOMBINO. Avvenne tutto per una tragica serie di scambi. Di posto, di fucile, di bersaglio. Era il 9 dicembre di tre anni fa quando il sindaco di Sassetta, Fausto Lorenzelli (53 anni), fu ucciso da un compagno di caccia durante una battuta al cinghiale a Pian delle Vigne.
Ora quel compagno di battuta, il quasi omonimo Daniele Lorenzelli (37 anni), verrà processato per omicidio colposo. Il giudice dell'udienza preliminare Sandra Lombardi ha accolto la richiesta del pubblico ministero Antonella Tenerani. La prima udienza è in programma questa settimana al tribunale di Cecina, ma è presumibile che il dibattimento cominci da quella successiva.
Nel frattempo la vedova della vittima, Ivana Vanni, si è costituita parte civile e ha già formulato la richiesta di risarcimento: un milione di euro.
Daniele Lorenzelli (difeso dall'avvocato Giovanni Marconi) è accusato di aver causato la morte del sindaco «per negligenza, imprudenza, imperizia e in violazione delle norme comportamentali e di sicurezza per la partecipazione della caccia al cinghiale in battuta».
Fausto Lorenzelli fu colpito alla nuca da un colpo di carabina Browning calibro 300 Wsm sparato dall'imputato. Entrambi facevano parte dello stesso gruppo di cinghialai. E avevano postazioni assegnate dal caposquadra. La vittima occupava la numero 3. L'imputato la 2, «che abbandonò senza il dovuto preavviso - si legge nel capo d'accusa - prima del segnale di fine battuta, per occupare momentaneamente la numero 1. E da lì, a maggior ragione privo di visuale sulla posta numero 3, esplodeva in quella direzione due colpi di carabina non osservando l'angolo di sparo di 45 gradi previsto dalle norme di sicurezza sulla caccia al cinghiale in battuta. Uno dei due proiettili impattava col terreno o altro ostacolo, scheggiandosi e modificando la sua traettoria, e colpiva al capo Fausto Lorenzelli».
Uno scambio di posto, dunque. Torniamo dunque a quel sabato mattina. I posti sono assegnati dal responsabile degli appostamenti Giuseppe Ferrari lungo un fosso (il Corsoio) a cento metri dalla strada provinciale del Lodano. Il sindaco ha il numero 3; l'imputato il 2. Al numero 1 c'è Ranieri Antonini. Quest'ultimo, alle 10,30, si bagna nel torrente per recuperare due cinghiali uccisi dal gruppo e trascinati dalla corrente lì davanti. Ricordiamo che siamo a dicembre, il 9 dicembre 2006. Fa freddo. Alle 12,40 Antonini è quasi congelato. Così decide di andare in auto per cambiarsi gli abiti. Affida la sua posta a Daniele Lorenzelli. E gli affida pure la sua carabina Browning Short track calibro 300 con tre colpi nel caricatore e 15 nella cartucciera. Dall'auto, Antonini sente sparare due colpi dalla sua postazione, la 1. Poi vede Daniele dirigersi verso quella del sindaco. Daniele, convinto di aver sparato a un cinghiale, urla ad Antonini di muoversi con l'auto sulla strada in modo da far indietreggiare l'animale. Cosa che Antonini fa. Ma di animale neanche l'ombra. Infine un urlo: «Ho ammazzato Fausto!». E' Daniele che, giunto sulla posta del sindaco, scopre di aver ucciso l'amico.
La Procura ha ricostruito così la dinamica. Avvalendosi delle indagini dei carabinieri, delle testimonianze, della consulenza medico legale del professor Marco Di Paolo e della perizia balistica del consulente Francesco Menitoni. Ora la parola al processo.

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