Il Tirreno

RISANAMENTO DELLE INDUSTRIE

Bonifiche, il Tar contro il ministero

Giorgio Pasquinucci
Lo stabilimento della Tenaris Dalmine
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Lo stabilimento della Tenaris Dalmine

La strada delle bonifiche delle aree industriali appare più che mai disseminata di ostacoli. Quello più recente viene da una sentenza del Tar, depositata a fine agosto, con la quale vengono accolti i ricorsi presentati dall'Edison e dalla Dalmine contro le prescrizioni del ministero dell'Ambiente del febbraio 2007

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PIOMBINO. La strada delle bonifiche delle aree industriali appare più che mai disseminata di ostacoli. Quello più recente viene da una sentenza del Tar, depositata a fine agosto, con la quale vengono accolti i ricorsi presentati dall'Edison e dalla Dalmine contro le prescrizioni del ministero dell'Ambiente del febbraio 2007.
Il ministero aveva infatti intimato alle due aziende, così come alle altre presenti nel territorio, di attivare entro 15 giorni idonee misure di messa in sicurezza di emergenza della falda «anche mediante confinamento fisico». Per quanto riguarda l'Edison, l'area interessata alle bonifiche è quella intorno alle centrali elettriche Cet/1, Cet/2 e Cet/3 realizzate all'interno della Lucchini. Le analisi inviate dalla stessa azienda al ministero nel 2004 avevano evidenziato la presenza, oltre i limiti consentiti, di Ipa, arsenico, nichel e benzene nelle acque sottostanti la Cet/1 (dismessa nel 2001) e di arsenico sotto la Cet/2 e Cet/3.

L'Edison nel suo ricorso aveva però sostenuto di non avere responsabilità e che quel tipo di inquinamento era da far risalire alla precedente all'attività siderurgica. Una tesi che il Tar ha ritenuto fondata, sostenendo «la mancanza di responsabilità, e quindi l'obbligo di bonificare o di mettere in sicurezza, del proprietario incolpevole».
Ancora più complessa la vicenda della Dalmine, anche perché l'azienda, proprio in questi ultimi mesi, ha addirittura messo in forse il futuro dello stabilimento a causa degli alti oneri dovuti per le bonifiche e la rivalutazione dei canoni demaniali pregressi.
Anche la Dalmine, citando dati in suo possesso, esclude responsabilità sull'inquinamento delle acque marine, sostenendo che «la falda superficiale si nuove in direzione nord, in direzione opposta al mare» e che dalle indagini «non era emersa alcuna fuoriuscita di acqua di falda, per cui non poteva sussistere un pericolo di fuoriuscita di acque inquinanti dal perimetro dello stabilimento».

Anche in questo caso il Tar ha accolto le ragioni dell'azienda ma ci sono, nella sentenza, anche elementi che pongono interrogativi sulle stesse soluzioni finora prospettate per la messa in sicurezza della falda.
Fino ad oggi, infatti, il ministero si è avvalso solo di uno studio di fattibilità svolto da Sviluppo Italia e dall'Icram. Uno studio che prevede un sistema di palancole, conficcate per alcuni metri sul fondo marino, ed un sistema di pompaggio delle acque inquinate da inviare alla depurazione. Secondo il ministero questo sistema (Mise) dovrebbe racchiudere l'intera costiera dalla zona portuale fino alla foce del Cornia. Ma se la soluzione è ritenuta valida per il porto, Regione, Provincia e Comune hanno espresso già le loro obiezioni. «Riteniamo che il sistema di palancolatura dalla Chiusa fino all'Enel sia sovradimensionato - sostiene il sindaco Gianni Anselmi - e abbiamo già presentato le nostre osservazioni al ministero».
Una soluzione che ovviamente, per gli alti costi, è contrastata anche dalle aziende. «Abbiamo chiesto una rimodulazione dell'intervento - dice quindi il sindaco - non solo per le perplessità sull'impatto ambientale dell'ipotesi progettuale, ma anche perché adeguare i costi agli obiettivi che vogliamo raggiungere faciliterebbe una transazione tra le aziende e il ministero accelerando le bonifiche».

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