Sicurezza
Un documentario il suo ultimo lavoro
Guido Fiorini
L'ultima inchiesta di Luana Rovini è stata un documentario sul cancro. Ci sta lavorando l'amico regista Maurizio Orlandi. "Esorcizzava il cancro, combatteva perché una realtà che sentiva ingiusta non contaminasse la normalità"
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VENTURINA. «Non dirlo a nessuno che sono malata. Tanto continuo a lavorare. Penso e scrivo, quindi sono viva. Collaboro con un amico regista, fra poco esce il nostro documentario. Supererò anche questa». Non l’ha superata Luana. Ma il suo, il “nostro” lavoro l’ha tenuta attaccata alla vita fino agli ultimi giorni. Esorcizzava il cancro, combatteva perché una realtà che sentiva ingiusta non contaminasse la normalità. E il suo sorriso. Il suo ultimo lavoro giornalistico è un documentario. Sul cancro. Lo sta girando, da qualche settimana Maurizio Orlandi, un caro amico di Luana, nella zona di Gavorrano, uscirà a fine anno. “048 - Esenzione ticket malati oncologici”, questo il titolo scelto da Maurizio, dell’associazione culturale “Libero Novecento”, di Moncalieri. Il lavoro è finanziato dalla Regione Piemonte. “048” perché il malato diventa un numero, viene depersonalizzato. Un codice di invalidità che rimanda all’estenuante cronicità che segna per sempre una persona. “048” Luana l’ha costruito a quattro mani con Maurizio, lavorandoci finché la malattia le ha permesso di farlo. È autrice e protagonista: il documentario ruota attorno alla storia di sei persone malate, con decorsi clinici diversi.
Persone che raccontano l’impatto con la malattia, la rabbia, la disperazione, l’angoscia. Raccontano la depressione, ma anche la riorganizzazione della propria vita. Nel documentario Luana parla della sua battaglia, la sua tenace voglia di continuare a vivere una vita normale: «Vedi, l’errore più grande è considerare il malato oncologico come oggetto di una distruttiva commiserazione, come una persona da proteggere e compatire, allo stesso tempo. Per poi, inconsciamente, relegarlo con questo atteggiamento in un mondo, quello della “malattia”, che deve rimanere separato, se non del tutto escluso, da quello della “normalità”. Se io lavoro, penso e scrivo, è perché sono viva. E quindi normale». Maurizio Orlandi ci sta lavorando da qualche settimana. «Il progetto, condiviso con Luana - racconta - nasce perché con lei più volte ci siamo posti molte domande. Ci interrogavamo sulla difficoltà di tutti noi di parlare di questa malattia. Dalla nostra paura di ascoltare la sofferenza che il cancro reca alle persone, dal rifiuto o dall’incapacità di guardare con dignità e serenità al significato più profondo di quella cosa che, nell’immaginario di ognuno di noi, viene associata immediatamente a quell’evento ineluttabile e innominabile: la morte.
Da una parte, quindi, il documentario offre ai “malati” oncologici la possibilità di raccontare la propria esperienza. Dall’altra offre ai “sani” la possibilità di ascoltare e magari comprendere un po’ di più il significato della “sofferenza”, nei confronti della quale siamo portati spesso a prendere le distanze. O a negarla». Luana la sua intervista l’ha girata in estate, in un casolare a San Vincenzo. C’è già un primo video, un piccolo “promo”. Faceva la chemio e pesava 37 chili. Rimasta senza capelli, in video non ha indossato neppure una bandana. «Un’ora e mezzo senza una lacrima - racconta Maurizio -. Un’ora e mezzo di coraggio e energia, pareva quasi che avesse raccolto le sue ultime forze per la sua testimonianza, il suo messaggio. Aveva una forza da leone. L’ho sentita appena due giorni fa, aveva il tono di una persona guarita, trasmetteva lei il coraggio agli altri». Gli altri testimoni resteranno anonimi. Lei ha voluto, ha preteso, che nel documentario venga fatto il suo nome: «Viveva come una colpa l’allontanamento dal lavoro, per questo impegnarsi in questa cosa l’aiutava. “Il mio nome deve venire fuori Maurizio” mi ha sempre ripetuto.
Da qualche tempo le cose erano precipitate. Alcune sue amiche, Rossana, Adeanna, Antonella, giorni fa mi hanno chiamato: “Dobbiamo spicciarci Maurizio”. Non ho fatto in tempo. Ma questo documentario sarà dedicato a lei».
Persone che raccontano l’impatto con la malattia, la rabbia, la disperazione, l’angoscia. Raccontano la depressione, ma anche la riorganizzazione della propria vita. Nel documentario Luana parla della sua battaglia, la sua tenace voglia di continuare a vivere una vita normale: «Vedi, l’errore più grande è considerare il malato oncologico come oggetto di una distruttiva commiserazione, come una persona da proteggere e compatire, allo stesso tempo. Per poi, inconsciamente, relegarlo con questo atteggiamento in un mondo, quello della “malattia”, che deve rimanere separato, se non del tutto escluso, da quello della “normalità”. Se io lavoro, penso e scrivo, è perché sono viva. E quindi normale». Maurizio Orlandi ci sta lavorando da qualche settimana. «Il progetto, condiviso con Luana - racconta - nasce perché con lei più volte ci siamo posti molte domande. Ci interrogavamo sulla difficoltà di tutti noi di parlare di questa malattia. Dalla nostra paura di ascoltare la sofferenza che il cancro reca alle persone, dal rifiuto o dall’incapacità di guardare con dignità e serenità al significato più profondo di quella cosa che, nell’immaginario di ognuno di noi, viene associata immediatamente a quell’evento ineluttabile e innominabile: la morte.
Da una parte, quindi, il documentario offre ai “malati” oncologici la possibilità di raccontare la propria esperienza. Dall’altra offre ai “sani” la possibilità di ascoltare e magari comprendere un po’ di più il significato della “sofferenza”, nei confronti della quale siamo portati spesso a prendere le distanze. O a negarla». Luana la sua intervista l’ha girata in estate, in un casolare a San Vincenzo. C’è già un primo video, un piccolo “promo”. Faceva la chemio e pesava 37 chili. Rimasta senza capelli, in video non ha indossato neppure una bandana. «Un’ora e mezzo senza una lacrima - racconta Maurizio -. Un’ora e mezzo di coraggio e energia, pareva quasi che avesse raccolto le sue ultime forze per la sua testimonianza, il suo messaggio. Aveva una forza da leone. L’ho sentita appena due giorni fa, aveva il tono di una persona guarita, trasmetteva lei il coraggio agli altri». Gli altri testimoni resteranno anonimi. Lei ha voluto, ha preteso, che nel documentario venga fatto il suo nome: «Viveva come una colpa l’allontanamento dal lavoro, per questo impegnarsi in questa cosa l’aiutava. “Il mio nome deve venire fuori Maurizio” mi ha sempre ripetuto.
Da qualche tempo le cose erano precipitate. Alcune sue amiche, Rossana, Adeanna, Antonella, giorni fa mi hanno chiamato: “Dobbiamo spicciarci Maurizio”. Non ho fatto in tempo. Ma questo documentario sarà dedicato a lei».
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