Il Tirreno

Benesperi stronca l'operazione fanghi

Manolo Morandini

Per l'ex sindaco troppe incertezze: «E anche l'aspetto finanziario non convince»

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PIOMBINO. La memoria torna al 1987. All'anno del referendum che disse “No al carbone”, fermando la riconversione e ampliamento della centrale termoelettrica di Tor del Sale, a cui si legava anche lo spostamento dello stabilimento acciaierie. Un progetto complesso che tra i promotori in prima fila aveva l'allora sindaco di Piombino Paolo Benesperi, uscito sconfitto dalla consultazione.
«Ogni similitudine con l'oggi comporta non conoscenza - dice Benesperi - Si trattava di un'operazione di sviluppo e di risanamento ambientale, su cui si può essere d'accordo o meno».

Tuttavia, è difficile non fare il parallelo.
«Ma non torna. Non si può dire che le decisioni che furono prese all'epoca non siano state partecipate, e contrariamente a quanto accade oggi, anche gli approfondimenti tecnici, sulle possibilità di sviluppo economico e di risanamento ambientale, furono enormi. E il processo fu gestito insieme, soprattutto, da Comune e Regione, che questa volta è la grande assente».

Sulla possibilità di fare il referendum i promotori lamentano i troppi silenzi della politica.
«Eppure sarebbe più giustificato oggi di venti anni fa, perché la caratterizzazione oligarchica delle forze politiche si è accentuata. Allora la partecipazione democratica passava per i partiti, tanto o poco non ha importanza, mentre oggi siamo di fronte a canali chiusi».

A proposito dei rifiuti siderurgici piombinesi, che si accumulavano anche negli anni in cui lei è stato sindaco della città, dal 1984 al 1990, come si è arrivati a oggi?
«Le responsabilità si accentuano quando la legislazione comincia ad esserci, e la legge Ronchi che è del 1997, ma soprattutto a partire dall'individuazione dello strumento (piattaforma Tap), dall'ottenimento dei finanziamenti per realizzarlo e dalla sottoscrizione di protocolli con altri livelli istituzionali».

Come giudica l'operazione “Fanghi di Bagnoli”?
«A parte l'incertezza per la questione dei rifiuti siderurgici di Piombino, la critica è sull'architettura, la partecipazione e i contenuti della discussione».

Ovvero?
«Un'operazione di questo tipo ha una qualche influenza sulle prospettive turistiche di quest'area? È una discussione che va fatta, tanto più che emergono ipotesi di accogliere anche altri rifiuti industriali da altre zone. E se Piombino diventasse un polo specializzato nel loro trattamento, quanto sarebbe coerente con lo sviluppo di questa zona?».

C'è il problema dei rifiuti pericolosi?
«Non è evitato e, comunque, le soluzioni non è dato sapere quali saranno. Inoltre, ricordo che un'eventuale ipotesi di miscelare qualunque quantità dei pericolosi con quelli industriali è assolutamente vietata dalla legge».

Insomma, il progetto sembra non convincerla.
«Senza prendere in esame la questione dell'opportunità di trasferire i rifiuti, anche guardando al solo aspetto finanziario emergono dei problemi. I soldi coprono il 22% degli interventi previsti e anche considerando le entrate che l'Autorità portuale potrà avere accogliendo i rifiuti nelle vasche non si arriva al 40%. Tutta l'operazione dunque non regge dal punto di vista finanziario».

Una coperta che rischia di rivelarsi troppo corta?
«Dall'esame puntuale e dettagliato dell'Accordo emergono questioni che, al momento, non possono che portare a una valutazione negativa. Dei 688 milioni complessivi solo il primo stralcio è finanziato, ma in parte lo è con futuri introiti della vendita dei volumi delle vasche da parte dell'Autorità portuale. Altri, invece, vengono dati come aggiuntivi ma non lo sono perché compaiono tra gli altri le opere di Città Futura o il risanamento della discarica di Poggio ai venti. Il dubbio è che finanziando queste per le nuove non ci siano i soldi».

Però, per la strada 398 c'è un finanziamento specifico.
«Dell'opera non esistono progetti esecutivi ed è molto dubbio che bastino i soldi previsti oltreché si possa finanziare una strada con fondi di tipo ambientale».

E sul fronte del porto?
«Non ci sono i soldi per realizzare i 63 ettari di nuove aree, mancano quelli per attrezzarle in pontili di attracco».

È tutto da buttare?
«Temo che la città possa trovarsi con un problema in più, per l'indeterminatezza dell'operazione che dovrebbe essere maggiormente approfondita».

È un problema di tempi?
«Decisioni di questo tipo si assumono mettendo insieme tanti tasselli. Tutto questo mi pare che non ci sia a sufficienza. E se si aggiunge che si vuole assumere la decisione nel mese di agosto, dal punto di vista politico, è più che negativo. Nel bene o nel male realizzare o no l'operazione inciderà sulle prospettive di sviluppo del territorio».

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