Il Tirreno

Le storie di Guido Fatticcioni, Ezio Giaretta e Remante Tonelli

«Un orrore che vive in me»

Francesca Lenzi
La consegna delle medaglie ieri in Comune
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La consegna delle medaglie ieri in Comune

Medaglie d'onore a tre deportati nei lager nazisti

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 PIOMBINO. In una sala consiliare affollata si è tenuta ieri la conferenza "Primo Levi: oltre la testimonianza. Una memoria collettiva", discussa da Emanuele Zinato, ricercatore italianista dell'Università di Padova e Catia Sonetti, direttrice dell'Istoreco di Livorno.  Nell'occasione, il sindaco Gianni Anselmi ha consegnato tre medaglie d'onore, conferite con decreto del Presidente della Repubblica, a tre cittadini piombinesi deportati e internati nei lager nazisti: Guido Fatticcioni, Ezio Giaretta e Remante Tonelli.  Guido Fatticcioni. Lo sguardo si perde, alla ricerca di ricordi mai dimenticati. Guido è stato internato per quasi due anni a Stammlager III A 920 B, Gruneberg. «È una memoria che vive dentro di me tutti i giorni, purtroppo, anche se ormai ho 88 anni - afferma - Ricordo l'orrore di quei momenti, la fame, le spinte dei tedeschi che quando parlavano non sembravano uomini ma cani arrabbiati, con le vene che esplodevano nel collo. La fame soprattutto era la cosa più terribile. La vista di due fili d'erba nel campo scatenava fra noi detenuti la lotta a chi arrivava prima».  Ezio Giaretta. È il figlio Gianni a ricevere la medaglia per il genitore deceduto, rinchiuso dal 1943 al 1945 a Stammlager III B Luckav, in Polonia. «Mio padre è stato uno di quegli uomini, di quei tanti sconosciuti, che hanno preferito la dura realtà della deportazione all'esercito tedesco - spiega con la voce rotta dall'emozione - Avevo pochi mesi quando è stato portato via. Ne avevo sette quando è tornato, a piedi, e pesava appena 35 chili. Ricordo i vestiti larghi, immensi su di lui. Ecco, così ho visto e conosciuto mio padre per la prima volta».  Remante Tonelli. Originario della Spezia, fu internato nel dicembre del 1944 a Mathausen, dove due mesi più tardi morì. A ritirare la medaglia è il figlio Giuseppe. «Il mio babbo era farmacista, non esposto politicamente - dice - Fu catturato perché sembra fornisse medicine ai partigiani. Avevo 5 anni, non lo ricordo, ma ricordo tutte le sere successive al suo arresto: con mia madre si andava su un'altura, dalla quale si vedeva la strada che lui faceva per tornare a casa. Ogni sera stavamo lì, sperando di vederlo tornare».

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