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SALUTE
Contro i disturbi del ritmo cardiaco è buona abitudine misurarsi il polso
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Soffrite di pressione alta (25% della popolazione con valori superiori a 140/90)? Avete avuto un infarto od un ictus (30 mila persone all'anno in Toscana)? Siete a rischio, più di altri di andare incontro ad un disturbo del ritmo cardiaco, l'aritmia. Un modo semplice comunque per controllare la situazione ed evitare peggioramenti, una sorta cioè di prevenzione individuale, è quella di "sentirsi il polso", una volta al giorno. Se i battiti sono regolari ovvero lo spazio di tempo fra loro è uguale, tutto è ok. Al contrario, se si dimostra diverso (più lungo o più breve) deve scattare l'allarme ed occorre parlarne col medico. Si tratta appunto di un'aritmia (nella nostra regione il problema coinvolge 60 mila persone con 8 mila nuovi casi l'anno). Il controllo del polso assume particolare rilevanza perchè il sintomo non di rado è silenzioso, inavvertito cioè dalla persona. Sovente, si dimostra invece con la comparsa di palpitazioni, affanno, insolita stanchezza, vertigini, svenimento, dolore toracico. Può durare qualche minuto, alcune ore, giorni interi. Un discoso delicato perchè il cuore può andare incontro a progressivo sfiancamento, con perdita della funzionalità. In una parola, viene a mancare il controllo elettrico del ritmo fra le cavità superiori (atrii) ed inferiori (ventricoli). I primi si contraggono in fretta, ma in modo scoordinato, senza attivare le contrazioni dei secondi, mentre cala via via la spinta della pompa cardiaca e meno sangue affluisce al cervello. I farmaci, pur validi - si è detto a Milano ad un incontro promosso da Sanofi Aventis - hanno avuto fin'ora efficacia non completa. Oggi una svolta viene da una molecola, in commercio anche in Italia da pochi giorni, il Dronedarone. Accanto alla riduzione dei battiti cardiaci in eccesso, agisce senza quegli effetti collaterali (vedi la tiroide), non rari con la terapia attuale. Si registra poi un calo dei casi di ictus ed anche dei decessi. Di supporto, hanno aggiunto i professori Claudio Rapezzi di Bologna, Antonio Raviele di Mestre e Pietro Amedeo Modesti di Firenze, parlando dei risultati dello studio internazionale Athena - deve rimanere in ogni modo la cura anticoagulante. Fra le abitudini e gli stili di vita - si è aggiunto - l'eccessivo consumo di alcool occupa il primo posto come elemento di rischio, assieme ovviamente all'età. Il farmaco è a carico del servizio sanitario nazionale, ma soltanto per particolari condizioni cliniche indicate dal medico. GIAN UGO BERTI
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