Sicurezza
Addio a Benvenuti, l’uomo dei sogni del basket termale
A chiunque da queste parti abbia masticato un po' di pallacanestro negli ultimi cinquant'anni, il nome di Gianfranco Benvenuti strappa un sorriso. Sempre, ma non oggi, il giorno in cui arriva la...
A chiunque da queste parti abbia masticato un po' di pallacanestro negli ultimi cinquant'anni, il nome di Gianfranco Benvenuti strappa un sorriso. Sempre, ma non oggi, il giorno in cui arriva la notizia della sua morte.
Cacco se n'è andato ieri, a quasi ottant'anni. Il più grande allenatore dello Sporting Club, un livornese doc: arguto, burbero, simpatico, testardo, perfino buffo. A Montecatini ha allenato e vissuto in due diverse stagioni. Negli anni 60, non ancora trentenne, con il presidente Raoul Bellandi, e tre decenni più tardi, tra A2 e A1, nei campionati targati Lotus e Bialetti. A riportarlo qui era stato Gino Natali: un primo tentativo, nel ’91, era andato a vuoto, ma si trattò di aspettare un anno. «Lo contattai dopo la cessione di Niccolai - racconta commosso Natali, gm di allora - ma aveva promesso a Trapani di rimanere lì. Mi disse “vengo l'anno prossimo” e io sapevo che da quel momento era una cosa fatta, perché la parola data per lui valeva un contratto». Il rapporto tra i due era strettissimo: «Ho iniziato a giocare con lui a dodici anni, abbiamo condiviso mille esperienze, è stata la persona più importante della mia vita professionale». Benvenuti era un uomo semplice: conosceva la pallacanestro, insegnava i fondamentali anche ai campioni, ma la sua grande dote era la capacità di motivare lo spogliatoio, specialmente nelle gare importanti. Un aneddoto di Mario Boni: «Giocavamo una gara fondamentale per la promozione in A1, a Reggio Calabria. Al Pentimele c’erano ottomila persone e una tensione fortissima. Eravamo nello spogliatoio, in silenzio, sulla lavagna i fogli da riempire con gli schemi. Cacco entrò, accartocciò quei fogli e li buttò per terra. Si mise a parlare del più e del meno con Zatti e con Anchisi. Alla fine ci guardò e disse: ragazzi, ricordatevi che questa è una partita di pallacanestro. Andate di là e divertitevi. Naturalmente vincemmo». Ancora Supermario: «È stato un maestro di pallacanestro e di vita, ero giovane e pazzoide. Mi ha insegnato la disciplina, ma sempre con ironia e sorriso sulle labbra, da buon livornese».
Dopo la squalifica di Boni, nel ’94, compì il miracolo portando la squadra ai playoff di A1. Ci sarebbe tanto da raccontare, anche sul rapporto che aveva con i giornalisti, fatto di battute, rimproveri scherzosi, ma contraddistinto da una cortesia quasi familiare e da una correttezza assoluta. Quel poco che abbiamo imparato di pallacanestro, anche noi seduti in tribuna stampa, lo dobbiamo soprattutto a lui. Addio, coach.
Lorenzo Mei
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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