Il Tirreno

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La tragedia

Disastro a Valencia, 32enne di Pescia: «Si vive tra le macerie, ecco cosa non ha funzionato»

di Maria Salerno
A destra in alto la ragazza pesciatina e il disastro in città
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A destra in alto la ragazza pesciatina e il disastro in città

Il racconto di una pesciatina che ora vive nella città devastata

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PESCIA. «Mai mi sarei immaginata di assistere ad una situazione del genere nel 2024». Così Alice Bartolozzi, 32enne pesciatina - che dopo l’Erasmus e la tesi magistrale in Scienze della nutrizione, da quasi 8 anni vive e lavora a Valencia – commenta le difficili giornate vissute dalla popolazione colpita dal disastro Dana di martedì 29 ottobre. Non si riferisce all’alluvione in sé Alice, perché al fatto che possano verificarsi eventi climatici estremi ci siamo ormai abituati da tempo, ma alla pessima gestione dell’emergenza a livello politico, che contribuisce a rendere quanto accaduto ancora più difficile da metabolizzare da parte delle persone. «El pueblo salva el pueblo è quello che si sente ripetere ovunque ormai da una settimana – dichiara Alice – per sottolineare da un lato la straordinaria solidarietà che si è attivata in questi giorni da parte delle persone comuni, trasformate in un esercito di volontari, a cui fa da contraltare lo spaventoso immobilismo della politica da cui tutti si sentono abbandonati».

La città distrutta

Alice vive in centro città, la zona meno interessata dall’alluvione, ma basta spostarsi di pochi chilometri attraversando il ponte che divide il quartiere San Marcellino da quello de la Torre per assistere a scene apocalittiche: muri crollati, auto accatastate, cumuli di immondizia e soprattutto fango, fango ovunque. «La gente vive letteralmente tra le macerie, qualcuno si è accampato a casa di conoscenti, ma alcuni non vogliono allontanarsi perché temono azioni di sciacallaggio. L’opera dei volontari si concentra principalmente nelle case, svuotarle dal fango è la priorità – racconta Alice – sabato ci siamo attrezzati di ramazze, rastrelli, pale e ci siamo messi a disposizione prima di un forno, che voleva riaprire subito per non far mancare il pane a nessuno e poi in generale si fa di tutto senza un obiettivo preciso perché le emergenze sono tante».

Ecco perché appare davvero complicato decifrare l’inerzia della politica, sia nella fase che ha preceduto il disastro «la mattina siamo andati a lavorare e le scuole non sono state chiuse perché Mazón (governatore della Regione valenciana del Partito popolare ndr) ha sottovalutato l’emergenza e si è rifiutato di dichiarare lo stato di allerta di livello 2, il più alto previsto dalla legge locale, che avrebbe comportato il massimo livello di mobilitazione», spiega Alice sebbene fosse già scoppiato il più grande disastro naturale avvenuto in Spagna negli ultimi decenni. Ma ancora più difficile diventa comprendere la posizione della politica ad una settimana dal disastro, tra rimpalli di responsabilità tra governo locale e centrale e divieti auto-sabotanti. «È capitato che la polizia non facesse passare i volontari – racconta Alice - di fatto intralciandoli. Non sono mancati alcuni tentativi di organizzare aiuti da parte delle autorità, ma si sono rivelati fallimentari, come quando migliaia di persone hanno invaso uno dei luoghi iconici di Valencia, la Città delle arti e delle scienze, ma sono rimaste ore ad aspettare i bus che li avrebbero condotti nelle zone più colpite perché erano in numero insufficiente. Sono stati bloccati i trattori degli agricoltori che avrebbero volentieri dato una mano e le macchine escavatrici sono arrivate solo ieri, a sei giorni dalla catastrofe. Non deve stupire che i sentimenti più diffusi tra le persone siano delusione e rabbia e che le visite di Mazón, Sánchez, del re Juan Carlos e della regina Sofia siano state accompagnate da cori che urlavano assassini». A

lice è molto provata psicologicamente da quanto accaduto, dichiara di sentirsi quasi “in colpa” per essere stata più fortunata di altri in questa tragica circostanza e di non avere subito alcun danno. Cosa rimarrà di questi giorni tristi? «La riconoscenza della gente quando ti offri di dare una mano, il loro grazie. In questi giorni ho respirato un’umanità indescrivibile. El pueblo salva el pueblo».

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