Il dolore
Raffaello Vescovi, il lamporecchiano capitano del Cagliari di Gigi Riva: «Se ne va una parte di me»
I racconti: «Ricordo ancora quando si gettò in acqua tutto vestito in pieno inverno per vincere una scommessa»
LAMPORECCHIO. “La vita in Sardegna è la migliore che un uomo possa augurarsi. Chilometri di foreste, campagne, coste, immerse in un mare miracoloso. Un luogo molto vicino al Paradiso”. La parole sono di Fabrizio De Andrè, genovese di nascita ma indubbiamente sardo di adozione considerato il legame che lo ha legato da sempre a questa terra generosa con chi la sa apprezzare.
Un’altra persona che ci ha lasciato il cuore e tanti indimenticabili ricordi è Raffaello Vescovi, classe 1940 da Lamporecchio, arcigno difensore nonché capitano di quel Cagliari che in quei favolosi anni ’60 fece il doppio salto dalla C alla A e creò i presupposti per la sorprendente vittoria dello scudetto nella primavera del 1970. Sette stagioni disputate in un trionfale crescendo, cinque delle quali giocate potendo inoltre contare sul cospicuo apporto di reti di un giovanotto dal fisico possente che possedeva un sinistro devastante e si chiamava Gigi Riva.
Per colui che poi divenne “Rombo di Tuono” il feeling con l’isola non scattò immediatamente. «Aveva appena 19 anni ed era la prima volta che usciva di casa – spiega Vescovi – eppoi l’Amsicora, il nostro bunker inviolabile dal fondo in terra battuta, di primo acchito non faceva una grande impressione. Ma non gli c’è voluto comunque molto tempo ad adattarsi, grazie in primis al calore della gente di Cagliari, eccezionale nel sostenere la squadra in una sorta di naturale simbiosi difficilmente riscontrabile in altre piazze importanti. Inoltre alloggiavamo allora negli appartamenti sopra la sede della società e tale stretta convivenza, a mio avviso, rafforzava lo spirito di squadra».
«Gigi non era uomo di grandi parole – prosegue Vescovi – ma non si sottraeva a certe abitudini comuni come andare insieme a prendere il caffè prima degli allenamenti al bar vicino allo stadio o a partecipare a scherzi o “zingarate” di vario genere. Un pomeriggio di inverno, guardavamo il mare agitato e qualcuno disse: ’scommetto 50.000 lire che nessuno ha il coraggio di entrare in acqua completamente vestito’. Silenzio assoluto. ’Ma Gigi dov’è?’ Girammo la testa e lo vedemmo arrivare bagnato come un pulcino con l’immancabile sigarettina accesa all’angolo della bocca. ’Da chi devo riscuotere ?’, chiese».
Poi tornando con la mente alle cose di campo il buon Raffaello, premiato dalla Gazzetta dello Sport quale miglior stopper del campionato nella stagione ’64-65 confida: «Era un gruppo che aveva fame, guidato magistralmente dall’immenso mister Silvestri, un secondo padre per molti di noi, Gigi compreso. Non sarei mai andato via dal Cagliari dove peraltro sono venuti al mondo due dei miei tre figli. Però quel litigio negli spogliatoi con l'allenatore Scopigno per difendere Niccolai (altro valdinievolino, ndr) mi costò caro, scudetto compreso. Ma in compenso resta forte e vivo il rapporto con i miei ex compagni di casacca e con l’isola. Ci sono tornato spesso, anche per impegni professionali, con Gigi infatti c’eravamo visti poco tempo fa e con lui se ne va una parte di me. Rimarranno immortali i suoi meravigliosi gesti tecnici, il suo sinistro». Inutile descriverli, aggiungerebbe De Andrè, come non si può descrivere la Sardegna. “Basta solo guardarsi intorno”.
Vescovi ha scritto una lettera al caro Gigi Riva: “Amico, compagno, campione ma non solo. Quello che era Gigi non lo si può spiegare. Con la tristezza negli occhi e nel cuore ti dedico un ultimo saluto e un grande abbraccio, uno di quegli abbracci che sanno di sacrificio, coraggio e vittoria, di quelli che restano fermi lì nel tempo, indelebili, indimenticabili, infiniti, perché come ben sai il sacrificio e la fatica sono solo condizioni temporanee mentre la gloria amico mio, la gloria Gigi, quella è eterna».
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