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Montecatini, l’ex hotel Paradiso dimenticato: perché l’immobile con una vista mozzafiato rischia la demolizione

Montecatini, l’ex hotel Paradiso dimenticato: perché l’immobile con una vista mozzafiato rischia la demolizione

Confiscato nel 2001 a una società riconducibile alla Banda della Magliana, da allora è un mastodontico ecomostro che domina la collina e le terme. L’appello di Libera e Spi Cgil

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MONTECATINI ALTO. L’ex hotel Paradiso di Montecatini Alto sempre più nell’oblio e quel che è peggio, cade a pezzi e rischia di crollare. Confiscato nel 2001 a una società riconducibile alla Banda della Magliana, da allora è un mastodontico ecomostro che domina la collina e le terme.

L’associazione Libera contro le mafie e lo Spi Cgil provano di nuovo a farsi sentire con una lettera alle istituzioni evidenziando «la necessità di dare una svolta alla gestione» di una struttura dove «permane un problema relativo alla sicurezza dell’edificio e la necessità di una perizia adeguata sulle condizioni di stabilità».

«Abbiamo sempre pensato e detto che occorrerebbe una demolizione almeno parziale – scrivono – ci è stato risposto che lo Stato non può distruggere un suo bene (anche per il costo elevato, stimato in 2 milioni di euro, ndr) ma a parte il negativo impatto ambientale di quello che è di fatto un ecomostro, temiamo che lo Stato si troverà a doverlo demolire per forza se non si trova il modo di arginare il processo di deterioramento».

Così Libera e Cgil chiedono la convocazione di un tavolo in prefettura a Pistoia - dopo la riunione che si è tenuta il 28 marzo scorso - «anche in considerazione del nuovo avviso dell'Agenzia nazionale beni confiscati alle mafie per l'assegnazione diretta di beni confiscati a enti o associazioni del terzo settore». Il bando va in scadenza il 1° marzo e mette in palio la miseria di 1 milione di euro complessivo, “con i progetti più meritevoli che saranno premiati con un contributo non superiore al 20% del loro valore e comunque fino a un importo massimo di 50mila euro”. Per l’ex Paradiso sono briciole; proprio le sue caratteristiche strutturali «non hanno permesso in trent’anni dalla confisca di arrivare alla destinazione e all’uso sociale del bene».

Libera e Cgil riportano poi le osservazioni fatte durante un sopralluogo nel 2020, tenuto dal coadiutore dell'Agenzia nazionale, Davide Franco, e da un ingegnere civile volontario di Libera, Gianfranco Di Tella. “L’edificio si trova in uno stato di degrado e abbandono totali con gran parte delle porte e dei vetri sfondati, e con controsoffitti in gran parte rimossi – si legge – per le parti che è stato possibile ispezionare si sono notati grossi problemi di conservazione del calcestruzzo in prossimità di zone soggette ad infiltrazione d’acqua, la cui presenza è stata rilevata in diversi ambienti. La presenza dell’acqua ha comportato l’ossidazione dei ferri di armatura che ringrossandosi hanno comportato l’espulsione del calcestruzzo: vi sono ampie zone di travi portanti che hanno i ferri a vista e completamente ossidati. Tale processo è stato riscontrato anche in facciata su dei pilastri, laddove l’ossidazione ha espulso l’intonaco mettendo a nudo il calcestruzzo. Alla luce di quanto rilevato non è da escludere che fenomeni analoghi di deterioramento della struttura portante e dei solai possano essersi ingenerati anche nelle zone non ispezionabili». Si conclude che «tale degrado è destinato a continuare e ad ampliarsi in assenza di interventi di ripristino e messa in sicurezza, a partire dal ripristino del sistema di smaltimento delle acque meteoriche, causa prima delle infiltrazioni». Insomma, se non si interviene alla svelta viene giù tutto.

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