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Il dottor Sergio Teglia e la scuola per genitori: come nasce l’idea e i consigli per un buon rapporto con i figli (compresi i film)

di Maria Salerno
Il dottor Sergio Teglia e la scuola per genitori: come nasce l’idea e i consigli per un buon rapporto con i figli (compresi i film)

Psicologo e psicoterapeuta, con oltre 40 anni di esperienza alle spalle, mette in campo un “intervento clinico indiretto”. La nostra intervista: «Molti genitori vorrebbero che il figlio non avesse problemi, ma questo non è possibile. Il dolore è un’esperienza che aiuta a crescere, non può essere evitato»

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UZZANO. «Lavoro sui genitori per produrre un cambiamento sui figli». Si chiama “intervento clinico indiretto” ed è quello che Sergio Teglia, psicologo e psicoterapeuta con oltre 40 anni di esperienza alle spalle, mette in campo per facilitare il rapporto genitori-figli. La sua “scuola per genitori”, organizzata dal Comune di Uzzano in collaborazione con l'istituto comprensivo Rita Levi Montalcini e la parrocchia dei Santi Lucia e Allucio che ospita gli incontri (l’ultimo è in programma venerdì alle 21), è giunta all’ottava edizione e vede sempre una partecipazione molto ampia, tanto che sarà replicata nei prossimi mesi anche a Pescia, Larciano e Pistoia. Segno questo che il bisogno di essere “accompagnati” nell’esperienza genitoriale è molto diffuso.

Dottor Teglia, da dove prende le mosse la sua idea di una scuola per genitori?

«Dalla consapevolezza che lavorare solo sui figli è molto riduttivo, spesso finisci per occuparti di un sintomo che deriva da errori educativi reiterati, seppur fatti in assoluta buona fede da parte dei genitori, ecco perché bisogna lavorare sui genitori creando con loro un’alleanza educativa».

Si spieghi meglio

«Che spesso i genitori vengono colpevolizzati per gli errori che commettono e questo non serve a nulla. Occorre che i genitori si sentano responsabili della propria azione educativa, ma non colpevoli. Occorre, inoltre, che si fidino della persona che scelgono affinché possa essere realizzata un’alleanza fruttuosa, fondata sul rispetto e la riservatezza».

Sulla base della sua esperienza, quali sono le problematiche che più di frequente riscontra nel suo lavoro?

«Siamo spesso di fronte a un’infanzia iper-protetta e iper-concessiva che finisce per produrre come conseguenza un’adolescenza mal tollerata da parte dei genitori, che dopo non aver mai detto no al bimbo, ad un certo punto pretenderebbero che il figlio adolescente avesse dei confini, rispettasse le regole e smettesse di fare come gli pare. Bisogna imparare a dire no, senza concedere tutto e subito».

Un altro tema molto forte è quello delle aspettative genitoriali

«Sì, spesso ci si aspetta che il figlio diventi ciò che vogliamo noi. Desiderare che tuo figlio raggiunga qualcosa di superiore a te è voler bene, altro è avere bisogno che tuo figlio realizzi nella vita quello che non sei riuscito a fare tu. Il rispetto dell’unicità di ognuno è fondamentale. Molti genitori vorrebbero che il figlio non avesse problemi, ma questo non è possibile. Il dolore è un’esperienza che aiuta a crescere, non può essere evitato. Però si può educare ad affrontarlo, crescendo figli forti dentro».

Nella sua scuola fornisce ai genitori una lista di letture e di film da guardare insieme, come “Willy il coyote”, emblema della capacità di non arrendersi mai, o il “Re Leone”, che affronta la delicata questione della morte

«Il rapporto con le emozioni è fondamentale nei primi sei anni di vita ma non sempre, oggi, i bambini sono in grado di contattarle».

Perché questo avviene?

«In parte a causa della virtualità in cui sono costantemente immersi e poi perché sono pieni di impegni, sottoposti a una iper-stimolazione che finisce per cambiare il rapporto con le emozioni. La richiesta spesso è superiore a quello che puoi fare e allora blocchi le emozioni, diventi anaffettivo per non essere angosciato».

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