Italia
L’ex vescovo: «Una fase transitoria prima del possibile accorpamento»
Monsignor Roberto Filippini sulla nomina del pastore della Chiesa pistoiese a Pescia
PESCIA. Un primo passo per unire due diocesi. Quella di Pescia e quella di Pistoia. Potrebbe esserci proprio questo dietro la nomina di Fausto Tardelli, già vescovo della diocesi di Pistoia, a vescovo di Pescia. «Una sperimentazione per saggiare se un’operazione del genere è fattibile», spiega al Tirreno monsignor Roberto Filippini, andato in pensione a 75 anni e nominato amministratore apostolico, dunque ormai ex vescovo pesciatino. Ad ogni modo si tratta di una situazione transitoria, ancora a venire, di cui non c’è certezza. «Insomma il futuro è ancora aperto», sintetizza l’alto prelato, lasciando intuire che l’ipotesi accorpamento, che toglie il sonno alla comunità dei fedeli, è plausibile, ma non ancora in essere. Si tratta di un’unione "in persona episcopi", l’espressione latina usata dalla Santa Sede per indicare l’unione di due (o più) diocesi, con la quale si lasciano inalterate le strutture di ciascuna ad eccezione del ministero episcopale, che è esercitato da un unico vescovo (in questo caso Tardelli).
«Sinceramente mi ha sorpreso quanto deciso dal sommo pontefice - prosegue l’ormai vescovo emerito - soprattutto in considerazione del fatto che avevamo celebrato i 500 anni di storia, una storia ricca di grandi realizzazioni, di vita cristiana, di personaggi di cultura. Questo non vuol dire che non sia felice per la nomina di Fausto Tardelli, che è un carissimo amico, già dai tempi dei nostri studi romani, quando lui studiava teologia morale all’Almo Collegio Capranica e io sacra scrittura. Si tratta di un uomo di grande intelligenza, equilibrio, pacatezza e generosità, che ho stimato anche nell’ambito del suo esercizio episcopale, sia a San Miniato che a Pistoia. Sono certo che sarà un’ottima guida per la diocesi di Pescia».
Eppure alla notizia sono seguite reazioni piuttosto preoccupate. Il timore non è certo legato alla persona del nuovo vescovo, quanto piuttosto al progressivo e inesorabile impoverimento del tessuto socio-economico del territorio. «Dopo la conservatoria, il tribunale, l’ospedale ci tolgono pure il vescovo», commentano i più. L’ipotesi di "un vescovo a metà" con un’altra diocesi è stato - a maggioranza - interpretato come il segno tangibile che Pescia perderà anche il vescovado. Sembra dunque prevalere il criterio dell’accorpamento, in ossequio a quel principio di razionalizzazione che quando si tratta di economie sembra andare per la maggiore da un po’ di tempo a questa parte (e in tutti i campi, compresa la Chiesa). Ma non è la logica dei numeri a prevalere. Non in questo caso almeno. «I numeri ci sono - spiega monsignor Filippini - perché era stato fissato a 100mila il numero minimo di abitanti per giustificare la presenza di una diocesi. Nella diocesi di Pescia che si estende da Altopascio a Serravalle, comprendendo per un terzo la provincia di Lucca e per la restante parte la provincia di Pistoia e persino una piccola porzione della provincia di Firenze rappresentata da Massarella (Fucecchio), si arriva a 120mila abitanti. Anche i preti sono in numero sufficiente a coprire le varie parrocchie.
Io credo che la volontà sia piuttosto quella di ridurre complessivamente il numero di diocesi, considerato eccessivo. Sono circa 230 in Italia, una 50ina in Argentina: si tratta solo di un esempio per render conto della sproporzione, in confronto con altre nazioni l’Italia è un’eccezione straordinaria, anche se bisognerebbe considerare la sua storia». L’ipotesi di un accorpamento è mal visto dai fedeli anche per una questione di identità territoriale. «È comprensibile - conclude il vescovo emerito - è giusto e doveroso che si curi, si conservi, si custodisca la propria identità nella fedeltà alla propria storia, ma questo mai deve significare porsi contro le altre identità, ma essere sempre aperti al dialogo e al confronto. Da cristiani dobbiamo avere fiducia nella guida dello Spirito Santo, che ha progetti di bene per tutti noi, anche quando non siamo in grado di vederne con chiarezza le intenzioni. Sono convinto che questa sarà un’esperienza ecclesiale che può far crescere, al di là dei propri limiti storici e all’insegna del rinnovamento».
Non si sa ancora quando avverrà l’avvicendamento vero e proprio, probabilmente a ridosso o dopo le festività natalizie, fino ad allora il vescovo emerito sarà amministratore apostolico di Pescia. E poi? «Tornerò nella mia diocesi di origine, a disposizione per servizi pastorali di cui c’è bisogno, insomma tornerò a fare il prete», conclude monsignor Filippini.
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