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Eccidio, il fratello di una vittima. «La Germania ci deve risarcire»

Eccidio, il fratello di una vittima. «La Germania ci deve risarcire»

Giannini non chiederà i soldi all’Italia che ha messo 55 milioni a disposizione.  Nel 1944 aveva 6 anni e ricorda ancora il lenzuolo pieno di sangue col cadavere

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MASSA E COZZILE. «No, io i soldi dall’Italia non voglio prenderli. Se qualcuno me li deve restituire perché mi hanno ucciso un fratello, quel soggetto deve essere la Germania». Queste le parole di Giorgio Giannini di Margine Coperta, 84 anni. Nell’Eccidio del Padule gli uccise il fratello Livio, di 10 anni più grande.

Lui ne aveva sei e ricorda ancora nitidamente quel giorno, il 24 agosto, quando scoprì il telo bianco dentro cui era avvolto suo fratello ucciso insieme al pastore dal quale faceva il garzone. «Ricordo il volto di Livio come se fosse ora», dice Giannini. Del fratello gli è rimasta una foto che custodisce ancora gelosamente. Non solo: «Da allora combatto contro chi vuole la guerra», aggiunge Giannini che da 13 anni fa il volontario alla Croce Rossa.

E vuole giustizia. Ma non presenterà la richiesta di risarcimento grazie al nuovo fondo messo a disposizione grazie al Pnrr (55 milioni). «Farò causa alla Germania, non all’Italia», dice.

Il fatto di esprimersi sui risarcimenti ha dato modo a Giannini anche di raccontare per la prima volta le sue memorie su quei giorni che segnarono la vita sua e della sua famiglia. E poi in quale modo orribile riconobbe suo fratello poco più che adolescente ucciso da una mitragliatrice tedesca.

Ecco alcuni passaggi: «Livio faceva il garzone pastore e con la famiglia con la quale lavorava erano sfollati nel Padule del Fucecchio perché era una zona palustre e non essendovi fabbriche, quel posto non lo bombardavano mai».

«Nel Padule - va avanti - avevano una grossa capanna e qui vivevano il capo pastore Guidotti, la moglie Assunta e Livio, mio fratello. I fascisti italiani avevano informato il comando tedesco che nel Padule c’erano molti partigiani. La mattina del 23 agosto i tedeschi fecero un grosso rastrellamento con un battaglione di soldati con corpi speciali e carri armati. Cominciò cosi la strage: i soldati avevano l’ordine di sparate a chiunque avessero trovato sul posto, vecchi, bambini, donne. I morti furono 175».

«Vivevamo a circa sette chilometri di distanza – va avanti - la mattina del 24 agosto venne a casa nostra un prete in bicicletta (don Quiriconi) e chiamò mia mamma Armida. La vidi disperata che piangeva perché le avevano detto che suo figlio Livio era stato ammazzato e che sarebbe dovuta andare a riprenderlo al cimitero di Cintolese. Mia mamma chiamò mio babbo Felice e gli disse della morte di Livio. Mio padre andò alla fattoria Brunetti, vicino a casa nostra, d ove trovò Renato Gori che gli dette un carretto che aveva fatto tempo prima. Mio padre spiegò a Gori quello che era successo a Livio. Partimmo subito e arrivammo a Monsummano».

«La strada era piena di buche e paludosa e sembrava non finire mai – racconta ancora – Arrivammo al cimitero di Cintolese che distava 6/7 chilometri. Eravamo stanchi morti e lì ci aspettava la moglie del Guidotti, la signora Assunta». La donna raccontò alla famiglia della morte di Livio: «La mattina del 23 agosto era presto: alla capanna vennero un gruppo di soldati tedeschi, armati e ubriachi – questo il racconto della donna – Il comandante faceva dei gesti come volesse mangiare. Dopo avergli fatto capire che avevamo solo del formaggio questi rispose con un sorriso. Si erano calmati e a gesti raccontavano di aver ucciso tanti partigiani. Avevamo paura e il comandante se ne accorse. Ci disse a gesti che noi non eravamo partigiani, ma mi mise una mano sulla spalla destra e chiamò il Guidotti e Livio». «Assunta con un dito disse di non prendere Livio che era solo un ragazzino di 16 anni – riprende Giannini – ma il comandante non la ascoltò e mise in mano a Livio e a Guidotti due cassette di munizioni. Poi li fece partire con altri due soldati. Gli altri si diressero da un’altra parte. Dopo un po’ di tempo si sentì una mitragliata dalla parte in cui erano andati il Guidotti e Livio. A tarda sera tornò alla capanna solamente il Guidotti dicendo che avevano ammazzato Livio con una mitragliata alla schiena. Il Guidotti si era salvato perché i soldati sporchi e ubriachi ogni tanto si fermavano e siccome ad ambo i lati della strada c’erano i campi di granoturco ci si buttò dentro facendo perdere le sue tracce. Livio fu trovato la mattina presto e lo portarono al cimitero di Cintolese».

«Noi eravamo dentro al camposanto – continua con i suoi ricordi - due uomini chiamarono i miei genitori e si presentarono con un lenzuolo insanguinato: dentro c’era Livio che caricammo nel carretto. Ci salutammo e andammo via. L’Assunta abbracciò mia mamma e piansero insieme».

«Il 24 agosto era molto caldo e quando arrivammo a casa c’era tanta gente - conclude - qualcuno aiutò i miei a portare dentro quel “lenzuolo con dentro quel corpo”, lo portarono in camera di mia mamma. Mamma e io nella notte mentre tutti dormivano eravamo rimasti svegli e io con la mia curiosità che mi teneva in piedi aprii il lenzuolo dalla parte del viso e riconobbi mio fratello. Livio aveva 16 anni e io 6. La mattina Livio fu portato al cimitero di Pieve a Nievole e lì fu sepolto. Prima gli fecero le fotografie e io ne tengo una in una busta chiusa che ho sul cassettone in camera. Le fotografie le ho riviste ora e nella mia mente ho rivissuto quei momenti e le paure di quei giorni. Di trovare i soldati tedeschi che ci circondavano e carezzavano i loro mitra sorridendo».

E infine dice: «Questi sono fatti veri e io che li ho vissuti me li ricordo come fosse oggi. E per questo combatto chi vuole la guerra».

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