Lorenzini, studenti scontenti: «I trasporti sono inadeguati»
Il debutto del liceo coi doppi turni non convince i ragazzi. E il corpo docente concorda: «Speriamo duri veramente solo un mese, perché fatta così questa non è scuola»
PESCIA. Perplessità e incertezza. Sono questi gli stati d’animo dominanti tra gli studenti del liceo Lorenzini all’esordio del nuovo anno scolastico. E pensare che questo doveva essere “l’anno del riscatto”, dopo la pandemia che ha costretto i ragazzi a rinunciare alla condivisione degli spazi fisici.
Ma per “vivere la scuola” si dovrà aspettare ancora e chissà quanto. Il malumore è generato principalmente dalla mancanza di un orizzonte temporale certo entro il quale muoversi e tornare a sperare in un ritorno alla normalità, che si fa via via sempre più lontano. Dopo che con un’ordinanza dirigenziale del Comune di Pescia, lo scorso del 28 giugno, è stata disposta la chiusura della sede che storicamente ha ospitato l’Istituto Lorenzini per motivi di pubblica incolumità, diverse le ipotesi di lavoro che Provincia e Comune hanno messo in atto: a partire dalla tanto osteggiata messa in opera delle strutture modulari, accantonata molto presto per motivi di ordine finanziario. Lo scorso 2 settembre quello che è apparso chiaro a tutti è che l’unica soluzione che restava in piedi era quella della “scuola diffusa” ovvero la dislocazione della popolazione studentesca su varie sedi sparse sul territorio, compresa la sede storica, una cui parte dovrebbe tornare disponibile con apposita ordinanza del sindaco e previo adeguamento strutturale.
Ieri la scuola è ricominciata con un doppio turno da effettuarsi solo la mattina secondo questi orari: 8-11 il primo gruppo, 11,15-14,15 il secondo gruppo. A farne le spese secondo alunni e docenti è la didattica, perché le ore si comprimono e diventano di 45 minuti. Un altro nodo cruciale riguarda i fuori sede: sono tanti i ragazzi che lamentano il mancato adeguamento del trasporto pubblico locale alle mutate esigente logistiche. «Non ci sono pullman a metà mattinata e anche quando usciamo alle 14, 15 – fa presente Lorenzo Dall’Olio, uno dei rappresentanti d’istituto – se questa situazione dovesse perdurare dopo il 15 di ottobre comincerebbe ad essere un problema».
Il 15 di ottobre, infatti, è da cronoprogramma la data in cui la Provincia e il Comune si sono impegnati a consegnare alla scuola le 22 aule che al momento mancano, costringendo i ragazzi a questo scomodo orario. La promessa sarà onorata? «Fiducia non si può avere in questo momento – sottolinea con una punta di scoramento Simone Santo, un altro rappresentante degli studenti – anche perché non c’è nulla di scritto e scripta manent, come sappiamo, ma al momento sono tutte verba che volant». Cosa rimproverano i ragazzi alla politica? «Tutto. Non siamo di fronte ad una calamità naturale per cui non c’era modo di prevedere quanto sarebbe successo e pianificare una soluzione – sottolineano – da 30 anni sono noti i problemi di ordine statico della vecchia sede, perché si è aspettato che diventasse un’emergenza?».
Il sentimento di sfiducia è certamente quello prevalente, non solo tra i ragazzi, ma anche tra i genitori e gli insegnati. «Quello che possiamo augurarci in questo momento è che questi 30 giorni da qui al 15 di ottobre siano 30 giorni reali – evidenzia la professoressa Sandra Annibali – e non ci siano ulteriori slittamenti, ad ogni modo questa dislocazione diffusa è problematica, non solo per motivi di ordine pratico ma anche perché costringe i ragazzi ad un nuovo isolamento, dopo due anni di pandemia in cui si sono visti negare la socialità e la condivisione degli spazi. Questa non è scuola. E quel che più preoccupa è che non sappiamo quanto perdurerà questa condizione».
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