Gioco
«Ho fatto solo quello che bisognava fare»: Omar, il gigante che ha steso il rapinatore
Abita a Uzzano e ogni sera viene in piazza del Popolo a Montecatini con la sua famiglia. «Quei ragazzi mi hanno chiesto aiuto»
Simona Peselli
MONTECATINI. Quasi due metri di uomo con spalle da giocatore di rugby. Ma in compenso due mani grandi da lavoratore e i capelli che cominciano a imbiancarsi. È arrivata dal Senegal vent'anni fa la persona che giovedì 19 agosto sera ha salvato tre adolescenti dalla pericolosa aggressione di un marocchino che li aveva appena derubati di un cellulare.
Omar Mbengue ha 51 anni, una moglie, tre figli di tre, undici e diciassette anni. Omar abita a Uzzano, ma ogni giorno si alza e provvede alla sua famiglia. Va al lavoro a Porcari, dove è addetto alla produzione di mozzarelle e cerca di fare i turni più lunghi possibile. Poi, dopo aver cenato, ama premiare e coccolare la sua famiglia come può, per questo carica tutti in auto e raggiunge il centro di Montecatini, specialmente adesso che è così caldo. In piazza del Popolo non ci sono auto ed è un posto sicuro per i bambini più piccoli, che possono giocare e scherzare. La più grande può fare due chiacchiere con la mamma. C'è tempo per salutare qualche amico, magari anche per un gelato.
Omar la sera si siede sulla panchina di piazza del Popolo e guarda soddisfatto quella piccola grande famiglia che si è costruito in Italia, la terra che vent'anni fa lo ha accolto quando lui è arrivato dal Senegal in cerca di un futuro migliore. Omar anche giovedì scorso era tranquillamente spaparanzato quando a un tratto ha visto un ragazzino venirgli incontro, piangendo. «Era disperato, impaurito – ricorda Omar – mi ha urlato e chiesto di aiutarlo perché c'era uno che lo voleva accoltellare. Mi sono alzato e ho visto un marocchino con una lametta in mano che inseguiva questo giovane. Era visibilmente in stato di alterazione. Sicuramente ubriaco, ma molto aggressivo».
Intanto sta piangendo una ragazzina che dice di non avere più il cellulare, mentre un altro strilla mostrando il viso e dice di essere stato appena malmenato. Il marocchino ha appena strappato con la forza il cellulare alla ragazza. Non solo, non ci pensa neppure a restituirlo: è pronto a ferire con la lametta e a malmenare, oltre alle vittime, anche chiunque gli si pari davanti. In piazza a quell'ora c'è il pienone. In tanti a immortalare la scena con il telefonino. Ma nessun cuor di leone pronto a intervenire. «Anzi – ricorda Omar – tutti si allontanavano. Così sono rimasto da solo con questo personaggio che dava in escandescenza. Mia moglie e i miei figli erano terrorizzati. Perché lui sventolava la lametta in tono minaccioso».
Intanto qualcuno assicura ad alta voce di aver avvisato le forze dell'ordine. «Ma dovevo intervenire subito – continua Omar – poiché la faccenda aveva preso una bruttissima piega. Così per bloccarlo mi sono lanciato, l'ho afferrato e sono riuscito a disarmarlo».
La lametta non è più in mano all'aggressore. Ma non finisce qui. «Non voleva restituire il cellulare rubato – aggiunge Omar – e continuava a cercare di aggredire i ragazzi e me. Allora non ci ho visto più. Proprio quando gli dicevo di farla finita dalle tasche ha tirato fuori una specie di chiave appuntita e mi si è ributtato addosso. A quel punto l'ho steso a terra, a pancia in giù e mani dietro la schiena. Poi sono arrivati i carabinieri e la polizia e hanno fatto quello che dovevano».
Omar è sorpreso dell'attenzione che gli riserviamo. «Non ho fatto nulla di speciale – commenta – avrei fatto la stessa cosa per chiunque. Sono padre di ragazzini e vorrei che se accadesse qualcosa ai miei figli qualcuno li proteggesse».
A proposito degli episodi di violenza: «Questi stranieri “sbagliati” – afferma Omar – sono quei pochi che rovinano la reputazione della maggioranza di persone per bene che sono arrivate in questo meraviglioso paese solo per lavorare onestamente e far crescere i propri figli, in un luogo che possa assicurare loro un futuro migliore. Sporcano l'immagine di tanti lavoratori. E questo non è giusto né per noi, né per l' Italia che ci ospita».
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