Sicurezza
«Quei poveri vecchietti ricoverati nel reparto vorrebbero gentilezza»
Accorata lettera della figlia di un paziente ricoverato in medicina a Pescia: «Lo so che è difficile ma vi prego non lasciateli da soli»
Maria Salerno
PESCIA. «Una delle più potenti medicine per un paziente, oltre ai farmaci, è l’affetto dei propri cari, è sentirsi confortati dalle persone della propria famiglia. Essere circondati dal calore dei propri cari, dal loro affetto e dal loro amore ha un impatto positivo su coloro che lottano e sopportano la malattia». Inizia così la toccante lettera che Monia Ritondale ha inviato al Tirreno dopo avere perso il padre, pochi giorni fa, a causa di un tumore diagnosticato troppo tardi per intervenire. Il signor Guido ha trascorso due settimane nel reparto di medicina A dell’ospedale di Pescia, ma non sono stati giorni facili, non solo a causa della malattia, ma anche dell’assistenza infermieristica, che non è stata, a detta dello stesso paziente, “granché adeguata”. Il signor Guido ha espresso più volte il desiderio di tornare a casa durante la degenza, e alla fine è stato dimesso riuscendo ad esalare l’ultimo respiro nel suo letto, circondato dai suoi affetti.
«Quando mio padre è stato ricoverato lì mi sono sentita impotente, così come il resto della mia famiglia – scrive la figlia – non potevamo stargli vicino, rassicurarlo con quei piccoli gesti che fanno bene al cuore e che non fanno sentire soli. Speravamo che, vista la situazione, all’interno del reparto ci fosse più sensibilità nei confronti dei malati, ma così non stato, purtroppo».
La volontà di scrivere questa lettera, ci ha spiegato Monia, parte proprio dal pensiero che Guido ha avuto prima che la malattia gli togliesse del tutto la parola. «Quei poveri vecchietti malati sono soli – ha detto alla figlia – avrebbero solo bisogno di una parola gentile, invece si sentono urlare addosso di stare zitti». Da qui la decisione di Monia, che lungi dal voler essere ritorsiva/accusatoria nei confronti del personale ospedaliero, mira a far riflettere lo stesso sul gravoso compito che è chiamato a svolgere.
«In questo reparto ci si dimentica che, dietro al numero dei letti, ci sono persone; e che dietro a quelle persone ci sono le famiglie che soffrono – prosegue la lettera –. L’organico del reparto dovrebbe far sì che i pazienti siano assistiti a dovere, mentre invece i malati sono trascurati per gran parte della giornata e, spesso, anche le chiamate di coloro che necessitano assistenza sono ignorate. Una persona ricoverata ha paura, ma cerca di fidarsi di chi gli sta accanto; se non può essere la famiglia, deve essere l’organico del reparto a rassicurarla e a supportarla nella degenza. La desolazione e lo sgomento che provano i pazienti è inaccettabile per le famiglie che sono costrette a rimanere a casa per rispettare le norme di sicurezza Covid, sperando che tutto vada per il meglio, nonostante tutto. Questa lettera non vuole essere una denuncia ma una preghiera, con la speranza che le cose possano cambiare un pochino affinché ogni paziente possa uscire da questo reparto con la consapevolezza che ha ricevuto la migliore assistenza, come succede per tutti i reparti dell’ospedale di Pescia».
Un ringraziamento da parte di Monia giunge, invece, al dottor Bologna e alla sua équipe, che si occupa delle cure palliative ai pazienti terminali. «La professionalità, ma soprattutto il rispetto e l’umanità che hanno portato nella nostra casa – conclude Monia – ha permesso a mio padre di mantenere la sua dignità di malato e a noi di affrontare la sua malattia con il coraggio e il supporto adeguato». —
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