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Ristoratori scoraggiati «L’asporto non basta i rimborsi insufficienti a coprire le perdite»

Maria Salerno
Ristoratori scoraggiati «L’asporto non basta i rimborsi insufficienti a coprire le perdite»

«Per la prima volta in 53 anni non abbiamo aperto a Natale» C’è anche chi ha cessato l’attività e non sa se riaprirà i battenti

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Maria Salerno

PESCIA. È stato diverso per tutti il Natale di quest’anno, ma a causa delle restrizioni imposte dal “dpcm Natale” alcune categorie economiche sono state più svantaggiate di altre. È il caso di bar e ristoranti, che sono rimasti chiusi e hanno potuto lavorare solo con l’asporto o il domicilio. Come è andata? «L’incasso è calato di tanto, ma qualcosa si è fatto almeno a Natale – ha assicurato Fulvio Pace, gestore insieme al fratello Alessandro del centralissimo Ristorante Pucci, una vera e propria istituzione per i pesciatini e non solo – ma i famosi ristori di Stato sono pochi e sicuramente insufficienti a coprire le perdite».

Come molte altre attività, anche Pucci ha messo il suo menù on line e recepito le richieste della clientela. «Nonostante tutto c’è ancora chi sceglie il pranzo del ristorante, soprattutto se è di fiducia, da consumare a casa – spiega Pace – ma succede il sabato e la domenica, il resto della settimana riusciamo a fare poco».

Esiste tra i ristoratori e i gestori di bar un diffuso malcontento soprattutto in ordine alla “razionalità” delle disposizioni che ne hanno decretato la chiusura. «Ci trattano come se fossimo degli untori – ha evidenziato Pace – quando in realtà abbiamo rispettato i dettami circa le distanze di sicurezza, sacrificando posti e quindi introiti. Cosa che non vediamo quando andiamo a fare la spesa o assistiamo ai funerali di personaggi famosi con le calche dietro le transenne».

C’è chi all’apertura a singhiozzo ha preferito la chiusura totale. «Un ristorante non è un ufficio dove accendi i computer e puoi ripartire – ha detto Roberto Dingacci, gestore del ristorante Da Carla a Castelvecchio –. Riaprire un ristorante comporta fare gli ordini, ripristinare la linea, rimettere in forza i collaboratori che al momento sono in cassa integrazione, lavorare con merce deperibile con il rischio altissimo di non consumare in quattro giorni e dover buttare». Proprio per tutto questo il ristorante Da Carla aspetterà il 7 gennaio per riaprire. «È la prima volta in 53 anni che rimaniamo chiusi il giorno di Natale e anche a Capodanno. Ho la sensazione che la nostra sia la categoria più danneggiata. Perché andare al ristorante dovrebbe essere più rischioso che andare da un barbiere? Dal primo decreto a oggi ho ridotto i miei posti del 60%, ma anche questo non è servito e poi non è possibile disporre una legge il sabato per la domenica. Siamo davvero penalizzati e non riusciamo a capire il perché. In montagna poi l’asporto non è nemmeno praticabile».

C’è anche chi, amaramente, si è visto costretto a chiudere senza avere un orizzonte per la riapertura. «Ho cessato l’attività – ha spiegato Ilaria Galligani, titolare dellabottega dei salumi Sale Sciocco, in piazza XX Settembre – e licenziato i miei 4 dipendenti. Impossibile poter mandare avanti un locale solo con la possibilità dell’asporto, anche perché la gente sta a casa e quindi cucina. Può forse ordinare un tagliere il sabato, ma finisce lì. Riaprire? La speranza ce l’hanno uccisa. Vedremo, forse a Pasqua...». –

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