Il Tirreno

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vecchi mestieri 

Quando i fanghini rigeneravano il corpo

Roberto Grazzini
Quando i fanghini rigeneravano il corpo

Domani in edicola con “Il Tirreno” l’undicesima foto storica che è stata messa a disposizione dall’archivio Rosellini

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Montecatini

Continuiamo il nostro viaggio nel ricordo attraverso le bellissime foto in bianco nero del fornito archivio della famiglia Rosellini, fotografi per vocazione, che i lettori stanno trovando, in omaggio il martedì, il mercoledì, il giovedì ed il venerdì con l’acquisto del nostro quotidiano nelle edicole della Valdinievole.

Un percorso indietro nel tempo, passando per i “Vecchi Mestieri”, molti dei quali purtroppo definitivamente scomparsi ma che erano parte integrante nel quotidiano vivere della città delle Terme.

Abbiamo rinfrescato le rimembranze su luoghi importanti e sugli angoli caratteristici della Montecatini dei tempi d’oro e conosciuto le laboriose donne “bagnaiole” brave e diligenti come lavandaie, estetiste e mescitrici.

Quindi, passando ad altri mestieri, ci siamo imbattuti nei barman, nei guidatori (di cavalli al trotto), nei fiaccherai (questa foto è in omaggio con il giornale di oggi).

Quindi abbiamo parlato e visto i volti tirati di coloro che praticavano attività in cui bisogna per forza sporcarsi le mani, quali ad esempio il maniscalco, figura incontrata di recente, mentre adesso è la volta del fanghino, che l’Enciclopedia Treccani definisce quale “persona addetta alla sorveglianza e all’applicazione delle fangature”.

La foto infatti, che è stata scattata intorno agli anni Cinquanta, in edicola domani ritrae tre appartenenti a questa categoria professionale, con tanto di divisa di ordinanza, di servizio allo stabilimento termale “Leopoldine”, da tempo inutilizzabile, che, aggiungendo l’acqua ricca di minerali all’argilla, preparavano quel condensato benefico col quale poi applicare ai pazienti le benefiche masse di fango. Disteso sul lettino, il curista subiva tale trattamento con particolare interesse per le parti del corpo indicate dal medico termalista.

Si eseguivano queste operazioni in genere a mani nude per poter controllare la temperatura. Applicato il fango e avvolto il telo sul paziente coprendolo completamente, non restava che attendere per il tempo richiesto dalla cura. Trascorso il necessario intervallo temporale veniva riaperto il telo, tolto il fango dal paziente che dopo una bella doccia, si immergeva in una vasca riempita ovviamente con acqua termale. Il trattamento terapeutico, salutato il fanghino, poteva proseguire con un massaggio ristoratore oppure col rientro in hotel.

Tuttavia più che un trattamento sanitario, il fango era una sorta di rito ancestrale che rigenerava magicamente il corpo, la mente e l’anima. Ed ora ce ne sarebbe proprio parecchio bisogno. —



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