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il delitto di casteldelbosco 

Scotto assolto per vizio totale di mente «Quando uccise l’amico non era in sé»

Pietro Barghigiani
Scotto assolto per vizio totale di mente «Quando uccise l’amico non era in sé»

Il giudice ha disposto il trasferimento del 27enne in una Rems. Il pm aveva chiesto 12 anni contestando la seminfermità

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CHIESINA UZZANESE

Quando scaricò undici colpi di pistola sull’amico contro cui si accanì anche da morto, Danny Scotto non era in grado di capire quello che stava facendo. Un blackout mentale completo che nel verdetto del giudice diventa una causa di non imputabilità perché l’omicida «era totalmente incapace di intendere e volere al momento dei fatti».

Dopo poco meno di due ore di camera di consiglio, il Gup Giuseppe Laghezza alle 14,20 ha letto la sentenza di assoluzione per Scotto, 27 anni, di Chiesina Uzzanese.

Era accusato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dalla crudeltà. Il pomeriggio del 9 novembre 2018 uccise con una 357 Magnum l’amico e coetaneo Giuseppe Marchesano nella sua casa a Casteldelpiano. Raccolse i bossoli e poi il giorno dopo andò ad esercitarsi al poligono.

Il giudice ha disposto l’immediata scarcerazione per il detenuto che ha assistito all’udienza via Skype dal carcere Don Bosco e il relativo trasferimento in una Rems (residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, ndr) per la durata di 24 anni.

Un numero destinato a rimanere sulla carta. Se Scotto nel corso degli anni dovesse dare segnali di miglioramento, convincendo ad esempio gli psichiatri di non essere più socialmente pericoloso, non viene esclusa la possibilità di un ritorno in libertà per seguire un percorso di cure a casa o in strutture meno vincolanti di una Rems, gli ex ospedali psichiatrici giudiziari. Di sicuro la prospettiva di finire in carcere a questo punto viene rimossa nel futuro del giovane di Chiesina che si lascia alle spalle la cella del carcere per affrontare farmaci e psichiatri.

Giudicato con rito abbreviato, Scotto era difeso dall’avvocato Barbara Luceri di Livorno.

«Non voglio parlare di vittoria – spiega il legale – perché in un caso così tragico non ci sono vittorie. La soddisfazione, però, c’è per un verdetto di giustizia. Non si poteva condannare una persona che le consulenze, non solo nostre, avevano dichiarato incapace di intendere e volere. Sarebbe stata un’ingiustizia tenerlo in carcere».

Alla lettura della sentenza il padre di Marchesano, Enrico, è scoppiato a piangere. Nessun commento da parte sua. Il legale della parte civile, avvocato Ivo Gronchi attenderà la lettura delle motivazioni da depositare entro 90 giorni per valutare un ricorso per i soli effetti civili. Presente anche la mamma, Giuseppina, parte civile per sé e gli altri due figli minori, assistiti dall’avvocato Gabrio Bagnoli. «Il pensiero di saperlo in una struttura protetta e che non possa fare del male ad altri è già qualcosa» dichiara il legale.

Il pm Sisto Restuccia nella sua requisitoria aveva chiesto una condanna a 12 anni per l’imputato riconoscendogli solo la seminfermità mentale. Nell’intervento il pubblico ministero aveva contestato le consulenze della difesa e del professionista incaricato dal Gup secondo le quali quel giorno le azioni di Scotto erano mosse da un vizio totale di mente. Una tesi, quella del pm, sostenuta in parte anche dalle parti civili secondo cui l’imputato era consapevole di diventare un killer per vecchi rancori risalenti all’epoca della scuola e non era affatto incapace di intendere e volere. La Procura valuterà il ricorso in appello entro luglio.

Per lo psichiatra Alberto Petracca, nominato dal Gup, Scotto è affetto da un disturbo schizotipico della personalità che il giorno del delitto deflagrò in uno stato di delirio rendendolo incapace di intendere e volere. Il movente viene fatto risalire a uno stato paranoide dell’imputato che soffriva il fatto di non essere mai stato accettato fin dai tempi della scuola dai suoi amici. Per la consulente del pm, la psichiatra Antonella Armani, esiste un quadro di personalità disturbata, ma la patologia di Scotto non avrebbe inciso sulla sua imputabilità. Secondo gli avvocati delle parti civili l’imputato avrebbe, invece, dimostrato una evidente lucidità non solo al momento di premere il grilletto della sua Magnum contro Marchesano. Ma avrebbe confermato di essere nel pieno delle sue facoltà mentali quando raccolse i bossoli per poi nasconderli il giorno dopo al poligono dove era andato a esercitarsi. Visioni diverse su un delitto che ha un colpevole, ma non un condannato. —

Pietro Barghigiani

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di Redazione web