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Montecatini

Terme di Montecatini Spa chiede il fondo integrazione

Maria Lardara
La piscina delle terme Redi (Foto Nucci)
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La piscina delle terme Redi (Foto Nucci)

Il provvedimento riguarderebbe metà dei dipendenti fissi. Attività sospesa perché mancano mascherine e guanti

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MONTECATINI. Quelle che hanno provato a tenere in piedi fino all’ultimo minuto sono le cure termali convenzionate con il sistema sanitario nazionale. Ma la doccia gelata è arrivata puntuale come un orologio l’11 marzo, con il decreto “Io resto a casa”. Così le Terme di Montecatini hanno sospeso fino al 25 marzo anche le attività erogate ai pazienti, anche quelle previste dai Lea (livelli essenziali di assistenza) che il servizio sanitario è chiamato a garantire.

Stop alle terapie inalatorie, fanghi e a tutti gli altri trattamenti in convenzione per una serie di patologie croniche.

«Non avevamo guanti e mascherine, non potevamo continuare», spiega Alessandro Michelotti, amministratore unico della società Terme di Montecatini spa.

Nonostante l’apertura delle strutture termali venga consentita per le terapie sanitarie, lo stabilimento delle Redi ha dovuto alzare bandiera bianca per due settimane. E questo per la mancanza di dispositivi di protezione, ormai sempre più irreperibili sul mercato.

«In realtà – puntualizza Michelotti – avevamo già fatto l’ordine per almeno un centinaio di mascherine, siamo in attesa che arrivino insieme ad altri dispositivi. L’auspicio è di poter riaprire prima possibile la parte sanitaria degli stabilimenti. Ci stiamo riorganizzando: il personale non era formato per questa circostanza eccezionale».

E a proposito di persone, giovedì 19 marzo è arrivata al sindacato una richiesta di consultazione sindacale per aprire una procedura di cassa integrazione riguardante una ventina di lavoratori delle Terme di Montecatini. O meglio di Fis, il fondo d’integrazione salariale previsto per i lavoratori del turismo e del commercio in presenza di sospensione dell’attività (come in questo caso): un paracadute economico utilizzabile fino a un massimo di nove settimane. L’ammortizzatore sociale è stato richiesto per la metà di tutta la forza lavoro impiegata alle terme, che raggiunge le 41 unità.

«Laddove è stato possibile, abbiamo messo in smart working il personale e mantenuto alcune figure tecniche, come gli operai che si occupano delle caldaie», specifica Michelotti.

Che mostra un cauto ottimismo per il futuro. «Incalcolabili le perdite derivanti dalla sospensione delle nostre attività. Speriamo di poter recuperare la stagione prima possibile».

Marzo, da questo punto di vista, è sempre un mese cruciale: il fatturato per i primi dieci giorni di apertura degli impianti è stato di tredicimila euro. Non c’è solo lo “zoccolo duro” dei tempi indeterminati. Penalizzati sono più che altro soprattutto i lavoratori stagionali, quelli con un contratto a chiamata legato al picco di attività.

Alcuni di loro erano stati assunti alla fine di febbraio per poi ritrovarsi nei giorni successivi a casa: la speranza è che anche questi ultimi possano accedere agli ammortizzatori sociali. –

Maria Lardara .

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