Il Tirreno

Montecatini

Ok non sempre vuol dire che va tutto bene: non si fa l’abitudine ai bollettini di guerra

Alessandro Gasperini

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Le camionette dell’Esercito che percorrono i viali deserti e silenziosi della città. Sono state sufficienti queste immagini, giovedì mattina, per gettare nel panico l’intera Montecatini collegata ai social.

Nessuno aveva avvertito le autorità locali (non solo il sindaco di Montecatini, ma neanche quello di Pieve a Nievole prima, e quelli dei comuni successivamente percorsi dal mini corteo di fuoristrada del Reggimento Nembo dei paracadutisti della Folgore). Subito si è immaginato uno scenario da “guerra vera” e soprattutto gli anziani sono stati percorsi da brividi. Poi, alle richieste di spiegazioni da parte del sindaco Luca Baroncini e degli altri, la Prefettura ha risposto che si trattava di una esercitazione per provare il funzionamento dei ponti radio militari, da utilizzare nel caso l’intervento dell’Esercito servisse davvero. Rassicurazioni, dunque, non troppo... rassicuranti, perché significa che uno scenario del genere è prevedibile, se non previsto. Del resto, la presenza dell’Esercito da parecchi giorni è ormai “familiare” nel Nord Italia.

Scenari, e riti, da tempo di guerra che giorno dopo giorno diventano sempre più “normali”. E quello che fa riflettere è la capacità di adattamento degli umani ai cambiamenti degli stili e dei generi di vita, anche se indotti da cause esterne. Il riferimento è ad esempio alle comunicazioni che ormai ogni sera la Regione invia ai giornali con il riepilogo dei “dati” della giornata: quanti positivi al coronavirus, quanti ricoverati, quanti guariti... E poi ci sono i morti. Il tutto assomiglia sempre di più ai bollettini che arrivavano dal fronte quando c’erano le “guerre vere”. Feriti, prigionieri. E poi i morti.

Si dice che durante la Guerra Civile americana, alla sera i comandanti di reparto inviassero i rapporti sulle perdite subite al fronte. Per fare prima, abbreviavano le iniziali: K stava per killed, ucciso. Davanti ad ogni iniziale c’era segnato il numero degli effettivi venuti a mancare. E così 0.K. significava “zero killed”, nessuno ucciso oggi. Ed è diventato un acronimo associato alla speranza, alla positività: Ok, tutto bene.

Ma in realtà non è tutto Ok. Anche perché davanti a quella K, da qualche giorno, ci dobbiamo mettere un numero, e quasi mai è lo zero. E comunque dopo c’è un numero per i ricoverati, per chi sta male. Ma non ci facciamo l’abitudine ai “bollettini”, ci fanno tremare ogni volta. E ogni volta spingono i sindaci a ripetere gli appelli a stare a casa. Appelli sempre più accorati, quasi angosciati, registrati magari con un occhio alle tv che trasmettono le sfilate di bare a Bergamo sui mezzi dell’Esercito.

Qualche sindaco, come Baroncini, ha detto che non avrebbe nulla in contrario se i militari venissero inviati a Montecatini. Anzi, potrebbero aiutare a controllare il territorio e a sanzionare la gente che esce senza un giustificato motivo.

Ma che sconfitta sarebbe per i cittadini non considerare le ordinanze delle autorità civili per poi invece sottostare agli ordini dei militari. —

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