Sicurezza
Costretti a chiudere il cancello della ditta avviata dal nonno Ma teniamo duro
L’amaro racconto di un collaboratore del Tirreno che da 21 anni lavora anche nel campo delle forniture alberghiere, uno dei più colpiti
La testimonianza
Lorenzo Mei
Lavoro da 21 anni nel campo delle forniture alberghiere. Ho una piccola azienda a Ponte Buggianese, in società con mio fratello e mio padre. Vendiamo attrezzature per la tavola e la cucina ad alberghi, ristoranti e bar. Siamo anche rappresentanti di industrie tessili che producono lenzuola, tovagliato e asciugamani: articoli che vendiamo alle lavanderie industriali, che a loro volta li noleggiano alle strutture ricettive. Fin dai primi giorni di questa emergenza ho capito che il nostro settore sarebbe stato il primo investito da pesantissime conseguenze economiche. Era ovvio che i turisti stranieri avrebbero cancellato le prenotazioni, e che il turismo interno avrebbe rallentato. Certo non potevo immaginare, il 21 febbraio, una situazione come quella che stiamo vivendo. Da ieri abbiamo deciso di chiudere temporaneamente il cancello della nostra attività, la Mei Alberghiera, avviata da mio nonno nel 1924. Abbiamo preferito così perché, a discapito dei nostri interessi, pensiamo che sia più importante in questo momento contribuire al rallentamento del contagio. Non siamo un genere di attività in cui si formano assembramenti, ma non è facile garantire lo stretto rispetto delle distanze richieste, e per la salvaguardia della salute dei nostri due dipendenti, dei nostri clienti, e infine anche nostra e delle nostre famiglie, abbiamo deciso di non far accedere i clienti e di risolvere le loro urgenze telefonicamente. Non ci nascondiamo che le limitazioni allo spostamento avrebbero fatto crollare il volume degli affari, nonostante che la ristorazione locale, fino a un paio di giorni fa, avesse provato in ogni modo a limitare per quanto possibile i danni, mentre per gli alberghi era apparso subito un compito impossibile. Naturalmente teniamo duro, sperando di riaprire appena le condizioni lo consentiranno. Perché non potremo rimanere chiusi per troppo tempo, se vogliamo salvare la ditta.
Come agente di commercio mi capita di avere contatti con aziende emiliane e lombarde, che già da qualche giorno vivono la situazione in cui oggi ci troviamo noi, dal punto di vista delle limitazioni. Nessuno, da quelle parti, mi aveva parlato di assalto ai supermercati o di scene di panico. Si percepisce però un senso di angoscia profondo: sia per i rischi per la salute, sia per il futuro del tessuto economico. Il 24 e 25 febbraio avrei dovuto portare un gruppo di quindici persone a visitare un’azienda tessile in provincia di Como. Pur essendo ancora all’inizio di questa vicenda e non sapendo a quali sviluppi saremmo arrivati, per fortuna decidemmo tutti insieme di rimandare quel viaggio a data da destinarsi. A inizio marzo dovevamo partecipare a una fiera del nostro settore a Carrara, la Tirreno Ct, posticipata alla fine del mese, e che naturalmente per ora non si farà.
È difficile oggi avere un residuo di ottimismo: la nostra è un’azienda sana, e terremo duro, ma prima di tutto ora abbiamo bene chiaro in mente un obiettivo più importante rispetto a qualsiasi valutazione economica, e riguarda la salute. Non vediamo l’ora di rimetterci a lavorare per sollevarci, lentamente, da questa prostrazione, non vedo l’ora di poter visitare i miei clienti in tre regioni, stringere loro la mano e parlare di prodotti e soluzioni invece che di chiusure, cassa integrazione e disperate richieste di aiuto a uno Stato che dovrà necessariamente tendere una mano. —
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