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l’intervista 

Quella vita da campionessa trascorsa in sella a una bici

Alessandra Tuci
Quella vita da campionessa trascorsa in sella a una bici

La ciclista Edita Pucinskaite, maglia iridata a Verona nel 1999, si racconta «Ai miei figli trasmetto la cultura dello sport come modo per crescere sani»

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MONSUMMANO. Tutto nasce da un sogno ad occhi aperti. Quando da piccola guardava le immagini alla tv che mostravano l’emozione e l’orgoglio negli sguardi degli sportivi che arrivavano a conquistare traguardi mondiali, provando un forte desiderio di diventare come loro. Fame e determinazione. Fatica, sudore, vittorie e sconfitte. Dalle quali ci si rialza. Sempre. Lei è Edita Pucinskaite, ex ciclista su strada lituana, professionista dal 1999 al 2010 e campionessa del mondo nel 1999. Una vita dedita allo sport quella della campionessa che oggi vive a Monsummano.

Quali sono stati i sacrifici che ha dovuto affrontare?

«Ho sempre vissuto il ciclismo professionistico in modo totale, senza ragionare troppo su quello che avrebbe potuto attendermi se fosse andata male, senza risparmiarmi, mettendo in questa passione-professione tutto ciò che avevo dentro. A sette anni mi sono avvicinata all’atletica leggera, ero definita come una bambina dotata di resistenza e fondo. Da li è nato un sogno segreto: diventare una maratoneta e partecipare alle Olimpiadi, ma la vita a volte mescola le carte; alle Olimpiadi ho partecipato tre volte ma non come podista bensì come ciclista».

La passione per le due ruote fu un amore a prima vista?

«Mi buttai nel ciclismo a 12 anni per sfida, poi pian piano familiarizzai il mio sentimento con la bici, ma la vera e propria passione esplose con la scoperta delle Alpi francesi e in seguito delle altre catene montuose d’Europa. Le montagne nel mio paese natale, la Lituania, non esistono ma per spiccare il volo, viste le doti della passista scalatrice, avevo bisogno di trovare una strada che sale. Sacrifici non sono mancati ma non mi pesavano: facevo quello che mi piaceva, ero esattamente dove volevo, dovevo, essere. Archiviavo le vittorie e ripartivo subito, con la stessa fame e con la stessa determinazione. Ovvio, accadeva pure a me di cadere in periodi che non “buttano” e allora sì che tutto diventava un sacrificio. Le gambe pesavano, la testa non funzionava, uscire in bici sotto il diluvio diventava una frustrazione, fare la vita da atleta una vera e propria tortura. Poi ho imparato a gestire le negatività cercando di trasformare tutto in opportunità. Sono conquiste anche queste».

Campionessa del mondo nel 1999, unica donna a vantare nel proprio palmarès Giro d’Italia, Tour de France e Campionato del mondo: quali gare le hanno lasciato qualcosa dentro più di altre?

«Tutte tre, indiscutibilmente. A partire dal Tour de France ‘98 vinto contro un’immensa Fabiana Luperini, soprannominata dai giornalisti la Regina delle Montagne in un’edizione definita da tutti come la più massacrante in assoluto dal punto di vista altimetrico nella storia del Tour femminile. Conservo tutto dentro, come se fosse successo ieri, non solo la gioia finale nell’indossare la maglia più ambita, ma anche una grande tensione, peso della responsabilità verso la squadra fedelmente al mio fianco e paura di crollare nel finale, perché le energie fisiche e mentali nel difendere il primato si stavano esaurendo, mi sentivo esausta ma le due durissime settimane non finivano più. Poi liberazione. Indescrivibile».

La maglia iridata a Verona ’99 l’ha definitivamente consacrata.

«Nessuno si ricorda dei miei 18 giri a tappe vinti in carriera, la stragrande maggioranza di questi giri hanno ormai smesso di esistere portandosi con sé anche gli albi d’oro. Il titolo del Campione del Mondo invece è qualcosa di indelebile. Come indelebile è il ricordo di alzare le braccia al cielo arrivando al traguardo in solitudine. Per un ciclista è l’apice. È la realizzazione massima, un coronamento. Il Giro 2006 e poi il bis nel 2007 sono arrivati quando molti iniziavano a dubitare di me. La maglia rosa mi scappava e io la inseguivo, dovevo acchiapparla prima di smettere, era diventata una questione di orgoglio. Nel 2003 l’avevo persa all’ultimo giorno dopo averla difesa per quasi tutto il Giro, poi la cronometro finale a Venezia mi ha tradito e il secondo posto sul podio resterà nella mia mente come il più amaro della carriera. Non ho mollato però e la vittoria, dopo 12 tentativi e 6 podi alla corsa Rosa, è arrivata. Vi lascio immaginare cosa si può provare in quel momento».

Oggi lei è moglie e madre. Quali sono i valori che cerca di trasmettere ai suoi figli?

«Cerco di trascorrere più tempo possibile con loro ma senza schiacciare la loro personalità, trasmettendo loro la cultura dello sport come miglior modo per crescere sani dando io stessa l’esempio: esco costantemente in bicicletta per star bene. Insegno loro la responsabilità e il dare valore alle cose importanti. La mia vita è un viaggio anche oggi». —

Alessandra Tuci

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