Sicurezza
«Vogliamo uscire da questa casa» Umidità nei locali e la caldaia è guasta
Grido di aiuto di una coppia che vive in un alloggio popolare «Mio marito non può uscire perché l’ascensore è chiuso»
PESCIA. «Vogliamo uscire da questa casa». È il grido d’aiuto lanciato da una donna residente dal 2014 in uno dei tanti alloggi Erp (edilizia residenziale pubblica) nel comune di Pescia. L’appartamento, al terzo piano, con un ascensore chiuso per motivi di sicurezza, è freddo e umido, sicuramente poco adatto al marito della signora, 73 anni, cardiopatico, diabetico e da più di un anno allettato con gravi piaghe da decubito a causa di un ictus e di una sopraggiunta emorragia cerebrale. L’anziano, del quale non riveliamo il nome data la delicatezza della vicenda, ha necessità di assistenza continua e vivere in quelle condizioni di certo non aiuta le sue già precarie condizioni di salute. La casa è provvista di caldaia, ma da diversi mesi non è funzionante.
La signora si è rivolta all’ufficio politiche sociali del Comune per chiedere il ripristino della caldaia. «Mi hanno detto che non può essere sostituita fino a quando non mi metto in regola col pagamento del canone di locazione per il quale sussiste una morosità di circa 5 mila euro», ha dichiarato la donna. Ma il mancato pagamento del canone da parte degli inquilini, fino ad ora, è dipeso dal fatto che quella sistemazione doveva essere provvisoria.
«Quando siamo arrivati – racconta la donna – ci hanno detto di pazientare, saremmo rimasti un paio di mesi, dopo di che ci avrebbero spostati in una casa più confacente alle condizioni di salute di mio marito. Cosa che non è mai avvenuta».
Entrando nell’appartamento, infatti, la sensazione è quella che i suoi inquilini siano appena arrivati, una sorta di “appoggio temporaneo” insomma: i quadri appoggiati ad una parete, i libri accatastati, nulla farebbe pensare che questa situazione si sia protratta per 5 anni. «All’inizio ho pagato – dice la donna, mostrando i bollettini attestanti l’avvenuto pagamento – ma poi ho smesso proprio perché ho visto che nonostante le mie reiterate richieste non succedeva nulla. Eppure il nostro non è un capriccio. Adesso mio marito ha le piaghe, non si muove dal letto, ma anche prima, quando avrebbe potuto uscire, magari accompagnato e su una sedia a rotelle, non ha avuto la possibilità di farlo per via di questo ascensore, che da quando siamo arrivati non abbiamo mai visto in funzione».
Adesso la signora ha dichiarato la ferma volontà di saldare gli arretrati, unicamente per ottenere la sostituzione della caldaia, ma sottolinea a gran voce che le condizioni in cui da anni vivono sono disumane. «Non so più a chi rivolgermi, anche le condizioni igieniche, adesso, non sono il massimo» . La coppia, infatti, vive in un un unico ambiente, di circa 20 mq, in cui la camera da letto (che è anche il luogo deputato alla cura e all’assistenza del marito malato) è attaccata al vano dove vengono preparati e consumati i pasti. «Vorrei una sistemazione al pianterreno – conclude la donna – anche per facilitare il personale sanitario. In questo periodo mio marito è stato ricoverato diverse volte in ospedale per sepsi, non è stato facile trasportarlo. E poi non rinuncio a sperare che mio marito possa riprendersi, nel qual caso vorrei che mi fossero garantite le condizioni per poterlo fare uscire da casa di tanto in tanto, anche solo per prendere una boccata d’aria. Cosa attualmente impraticabile. Possibile che questa situazione venga ignorata da tutti? » . —
Maria Salerno
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