Costretta a prostituirsi, picchiata e fatta abortire denuncia i suoi aguzzini
Una nigeriana della provincia di Pistoia insieme a due connazionali accusati di sfruttamento della prostituzione, maltrattamenti e procurato aborto
LUCCA. Dalla Nigeria alle coste del Mediterraneo su barconi fatiscenti di scafisti senza scrupoli per approdare, una volta giunte sulle coste della Sicilia, a Taranto, e da lì in Toscana e precisamente ad Altopascio. La promessa era quella di un lavoro come badante in una famiglia della zona. Ma ad attenderla c’erano tre aguzzini - due connazionali ultraquarantenni residenti nell’altopascese, e una trentenne, anche lei nigeriana, che vive nella provincia di Pistoia - che l’hanno ridotta in schiavitù costringendola con le botte e anche picchiandola con degli oggetti (un mestolo da cucina) a prostituirsi tra il novembre 2016 e il marzo 2018 nella zona industriale di Altopascio.. Non solo. Quando i suoi torturatori si sono accorti che era incinta le hanno fatto bere una pozione che le ha provocato in poco tempo un aborto spontaneo.
A quel punto lei è fuggita per denunciare la sua tragica storia a polizia e carabinieri. Una vicenda agghiacciante, purtroppo una delle tante che si ripetono ciclicamente nel nostro Paese, che è emersa durante l’udienza preliminare di ieri mattina di fronte al gup Antonia Aracri. In aula gli imputati e i loro difensori, ma non la parte offesa. Lei, una giovane donna nigeriana non ancora trentenne, non si trova. Se n’è andata da Altopascio e l’autorità giudiziaria sta cercando, attraverso l’ultima persona che l’ha vista (una connazionale anche lei costretta a prostituirsi) e attraverso la questura di Taranto, di poter avere sue notizie per informarla del processo ed invitarla a presenziare in aula. Non tanto e non solo per eventuale costituzione di parte civile, ma anche e soprattutto perché si possa giungere ad una verità processuale. Perché senza la presenza della denunciante sarà difficile per i giudici del tribunale arrivare eventualmente ad una sentenza di condanna per i tre imputati.
I due nigeriani sono accusati di sfruttamento della prostituzione, maltrattamenti e procurato aborto mentre la giovane donna della Nigeria è accusata solamente di sfruttamento della prostituzione. Nessuno dei tre è detenuto o con obblighi di sorta perché le affermazioni della giovane non hanno avuto riscontri probatori. La denunciante si è allontanata senza accettare alcuna protezione da parte degli inquirenti che non hanno potuto appurare se effettivamente i tre nigeriani - che sostengono di avere altre attività e sono in possesso di regolare permesso di soggiorno - sono autori dei reati contestati. Al termine dell’udienza il gup ha rinviato a giudizio i tre indagati. Il processo davanti al collegio si terrà il 5 marzo 2020.
La giovane prostituta nella sua denuncia sostiene che per potersi liberare dal giogo in cui era finita dopo l’arrivo ad Altopascio avrebbe dovuto versare ai suoi aguzzini circa ventisettemila euro. Quella somma era il frutto del debito che aveva maturato con scafisti e membri dell’organizzazione che l’avevano portata in Italia con la promessa di un lavoro e di una vita migliore. E visto che quel lavoro di collaboratrice domestica in realtà era solo uno specchietto per le allodole, l’unico modo per restituire il “prestito” era prostituirsi.
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