Toscana
Quando al palazzetto entrarono in 5.596 per il derby con Pistoia
Su parquet di acero canadese Mario Boni vinse la classifica dei realizzatori della Serie A e le sfide erano con avversari come Meneghin o McAdoo
MONTECATINI. Cinquemilacentonovantasei. Dentro al Palaterme in così tanti ci siamo stati poche volte, ma un paio sì, e sempre quando nell’altra metà campo c’era Pistoia. Nei primi anni dopo l’inaugurazione (1991) ci sono state settimane in cui chiunque conoscesse qualche dirigente o giocatore, si sentiva chiedere se ci fosse la possibilità di un biglietto introvabile per il derby, e doveva rispondere: no, è tutto pieno. E probabilmente in quelle occasioni lì dentro sono finite anche più delle persone che la capienza di allora permetteva. Da nuovo quell’impianto pareva di una modernità assoluta: il parquet di acero canadese chiaro, le lampade che illuminavano a giorno, i tunnel per gli spogliatoi erano un doppio salto mortale non solo rispetto alla palestra di viale Da Vinci, ma anche all’esilio lucchese del Palatagliate. Già, perché mentre le ruspe disegnavano il futuro in via Cimabue, Niccolai, Boni e compagni scrivevano pagine di storia a qualche chilometro di distanza.
Poi, tornati a “casa” , come non ricordare quando Mario Boni vinse la classifica realizzatori della serie A, il primo italiano dopo Dado Lombardi, e come non ripensare a una delle formazioni più amate di sempre: Cacco Benvenuti in panchina, Zatti in regia, Grattoni o Capone in guardia e Boni in ala. E sotto due califfi come Mc Nealy e Clemon Johnson. Al Palaterme, tra gli avversari, ci ha giocato gente talmente forte che a buttare giù un elenco è scontato dimenticarsi qualcuno: Danjlovic, Ginobili, McAdoo, Kukoc, Del Negro, Meneghin, Henry Williams, Myers, Riva, Radja, per citare al volo qualche nome.
Dicevamo dei derby. Per esempio quello in cui gli addetti al cronometro dimenticarono di fermare il tempo dopo un’interruzione, e la Panapesca vide sparire 3 secondi utili per l’ultima azione, che avrebbero permesso a Guerra di provare un tiro vero. Solo chi c’era quella sera, e si infilò nei corridoi che portavano allo spogliatoio degli arbitri, vide cosa stava succedendo, e chi tra i dirigenti rossoblù aspettava un segnale da una “vedetta” per spiegare ai direttori di gara un paio di cosette, ma senza usare le parole. Qualche tempo dopo ci fu anche la parentesi a champagne e caviale (a credito) targata Snai, quando la società che gestiva le scommesse portò la squadra in un paio d’anni al quarto posto in serie A, apice che in realtà preparò il fallimento. Eppure anche nelle annate dure, come quelle dei tentativi generosi di Simone Galligani e dell’Agricola Gloria, e poi della ripartenza con Andrea Niccolai dalla serie C, di entusiasmo ce n’è stato, anche se con numeri lontanissimi da quei cinquemilacentonovantasei. La capienza ufficiale si è ridotta nel tempo fino a cifre più consone a un corso di ballo che a un campionato nazionale, ma si è sempre riusciti, anche in deroga, ad arrivare al salto a due. Almeno finora. –
Lorenzo Mei
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google