Il dolore
MODERNITÀ E TRADIZIONE PER BATTERE I DINOSAURI
Modernità e tradizione. Uso massiccio dei social e vecchio sistema delle visite porta a porta. Politica e antipolitica. Abile nell’utilizzare tutte le armi a disposizione, Oreste Giurlani, per...
Modernità e tradizione. Uso massiccio dei social e vecchio sistema delle visite porta a porta. Politica e antipolitica. Abile nell’utilizzare tutte le armi a disposizione, Oreste Giurlani, per conquistare i cuori dei suoi concittadini e convincerli che solo lui (uno di loro) potrà risollevare le sorti di una città da troppi anni prigioniera di amministratori come minimo mediocri.
Tutto questo iniziando la corsa con la pesantissima palla al piede (metaforicamente parlando) di una inchiesta per peculato che tra pochi giorni lo trascinerà in giudizio. E con i suoi avversari che non hanno fatto passare un giorno senza ricordare agli elettori che non era sensato affidargli le chiavi del Palazzo del Vicario, che se avesse vinto si sarebbero ritrovati un sindaco più impegnato a rispondere ai magistrati che ad amministrare il loro Comune. Errore, questo, pagato a caro prezzo. Gli elettori erano perfettamente a conoscenza degli scenari giudiziari e non hanno gradito che Conforti & C li ricordassero ad ogni piè sospinto, profetizzando sciagure nel caso non si fossero comportati “responsabilmente” votando il candidato del centrodestra e la sua “forza tranquilla”. Come bravi scolaretti.
Così Oreste si è fatto forte anche di tutto questo e ha proseguito per la sua strada. Tanta strada: dalla pianura alla montagna, ogni bar, ogni trattoria, ogni negozietto ha ricevuto la sua visita, come si faceva una volta alla vecchia scuola della sinistra (che lo ha scaricato praticamente il giorno dopo il suo arresto). Spesso era accompagnato, virtualmente ma non solo, dal suo “menestrello personale”, che lo dileggiava per quella cravatta sempre allentata sulla camicia bianca fuori dai calzoni, per la parlata troppo pesciatina, per i modi troppo poco istituzionali. E lui, una specie di Pinocchio degli anni 2000, ma che a volte assomiglia di più a Lucignolo, a ridere delle strofe cantate dal suo “bardo” dal nome più che significativo: Manolo Strimpelli.
Modernità e tradizione, Facebook e giullari: si può dunque sintetizzare solo in questo il trionfo di un sindaco scaraventato nella polvere da un’inchiesta e rimontato in sella a furor di popolo? Basta questo per battere quella forza di centrodestra che nel resto d’Italia non ha quasi fatto prigionieri?
Certo che no. Anche gli avversari ci hanno messo del loro per far emergere Oreste a caso nazionale. «Ci siamo comportati da armata Brancaleone», ha riflettuto amaramente Francesco Conforti il giorno dopo la disfatta, non riuscendo ancora a comprendere come sia potuto accadere tutto questo. Un’accusa precisa, diretta verso quegli alleati che forse, oggi, tanto alleati non lo sono più. Neanche in periferia. Insomma, lui forzista non ha avuto la spinta dei leghisti a trazione turbosalviniana. Anzi, l’accusa (neanche tra le righe) è quella che gli uomini del Carroccio non hanno quasi mosso un dito per dargli una spinta. E questo sarà, forse, oggetto di aspri confronti interni. Ma (col senno di poi...) è forse anche vero che la scelta del candidato non è stata felice. Si è puntato su un uomo perbene, un medico stimato, ma che è un rappresentante della politica “tradizionale”, ex assessore quando amministrava la Marchi. All’improvviso, all’indomani del ciclone provocato dal governo gialloverde a Roma, è apparso agli occhi degli elettori come fosse un dinosauro su Marte. I suoi slogan, il suo programma, le sue promesse non hanno “scaldato i cuori” come quelli dell’avversario. Lui sì (come ha ripetuto a mitraglia in campagna elettorale) rappresentante dell’antipolitica; lui sì da solo con le sue liste civiche contro i vecchi partiti; lui sì con le idee chiare su come far ripartire Pescia. Inchiesta o non inchiesta.
Se poi ci riuscirà davvero, questo è un altro film. Per adesso suonano le note del suo menestrello a raccontare la “vera storia dell’Oreste”. Con le strofe da 140 caratteri, però. Per entrare in un tweet.
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