La manifestazione
«Io, maestro del rame A 91 anni continuo e amo il mio lavoro»
«Tegami o scolapasta: ogni mio pezzo è unico come il tempo» Nino Donnini si racconta e assicura: «Mio nipote lavorerà qui»
PESCIA. Facile come preparare un uovo al tegamino. Ma se il tegamino è in rame, battuto a mano, il risultato sarà migliore. Parola di Giovanni Donnini, detto Nino, classe 1927, professione ramaio dal 1940.
Novantuno anni il prossimo maggio, 77 di esperienza nella lavorazione del metallo rosso. «Non è un lavoro per me – ci dice sorridendo – è la mia vita». Ha iniziato a fare questo mestiere a 13 anni, carpendo i segreti al nonno e ai vecchi in generale, nei confronti dei quali si sente ancora oggi umilmente “debitore”.Dal 1959, Nino (perché se chiedete di Giovanni è difficile che lo riconducano a lui) realizza le sue creazioni nella bottega poco distante dalla porta Fiorentina.
Pentole, scolapasta, padelle, tegami. Tutti pezzi unici. «Non ce n’è uno uguale all’altro – piega mostrando con orgoglio una piccola oliera – c’è sempre qualcosa di diverso in ognuno dei miei lavori».
Ma in tutte la cifra distintiva è la qualità. «La nostra clientela è fatta per lo più da gente a cui piace far da mangiare, grandi chef, ma anche gente comune – racconta – che ricerca nel prodotto la funzionalità, ma soprattutto la qualità»
Qualità che, per un artigiano d’altri tempi com’è Nino, si contrappone a quantità. «Se entra qualcuno e ci chiede 100 pezzi non glieli posso fare – spiega – non lavoriamo così».
Eppure, oggi, per essere competitivi molti hanno iniziato a produrre in serie, come in Cina, perché realizzare pezzi unici interamente a mano ha un costo che non tutti possono permettersi. «È vero – ammette Nino – ma forse è stato un errore, quel modo di produrre sacrifica la qualità. Il mio mondo è un altro». Lo dice in maniera serafica, senza timore di apparire «non al passo coi tempi» perché c’è chi ha scelto un’altra strada, scommettendo sul «saper fare», che ben altra storia è rispetto al fare in serie.
«Oggi, quello che manca ai giovani è proprio il saper fare: non solo quello legato agli antichi mestieri, ma a tutto quello che riguarda la vita – sottolinea –. Mi domando se gli studenti di agraria hanno mai visto una vanga a mano, ad esempio. Io non sono contro il progresso, ben venga se aiuta a vivere meglio, ma nella vita è importante anche saper fare e questo si sta perdendo. Mia moglie ha 87 anni, ma se c’è da mettere una toppa o rammendare un orlo scucito lo fa ancora. Cose oggi scomparse».
In compenso, oggi, si possono acquistare pentole e padelle su internet grazie alla tecnologia, ma lui aggrotta lo sguardo perplesso e ribatte senza esitazione: «Io non lo capisco, cosa c’è di più bello di venire in bottega a guardare gli oggetti, a toccarli, poi scegliere quello che piace e portarselo via?».
Il signor Nino riconosce come quasi in un secolo di vita il mondo sia cambiato, «andavamo a letto con la candela», ma allo stesso tempo è consapevole del fatto che ognuno può scegliere di «essere diverso», difendere l’autonomia delle proprie scelte, anche professionali, a prescindere dalle richieste del mercato.
«Dovrebbero solo lasciarci in pace – evidenzia, ad un certo punto, alludendo alle leggi dello Stato – è giusto pagare le tasse, essere rispettosi delle regole, soprattutto quelle relative all’antinfortunistica, ma troppa burocrazia uccide il lavoro, rende impossibile determinate cose, su questo si dovrebbe puntare l’attenzione».
Ma forse a 91 anni sarebbe ora di cedere il testimone, magari al nipote Francesco che, nonostante abbia due lauree nel cassetto, il mestiere da lui l’ha imparato «altrimenti non gli davo la paghetta, quando era piccolo», dice sorridendo anche perché è certo che «sì, un giorno lui erediterà l’attività, intanto io continuo a venire la mattina e andare via la sera».
A cosa sta lavorando adesso? «Ad un’acquasantiera – dice mentre gli occhi gli si illuminano –. Me l’hanno richiesta da Altopascio, mi sto proprio divertendo nel farla».
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