Il Tirreno

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Maxi-risarcimento per il locale galleggiante

di Donatella Francesconi
Maxi-risarcimento per il locale galleggiante

La Viareggio Porto condannata dal Tribunale a risarcire quasi 500.000 euro a due coniugi di Lamporecchio

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VIAREGGIO. Maxi condanna per la Viareggio Porto per la gestione della vicenda del locale-champagneria galleggiante “Maxidò” all’epoca del presidente Alessandro Volpe. Il Tribunale di Lucca, in sede civile (giudice Enrico Fontanini) ha condannato la società al pagamento di quasi mezzo milione adue coniugi di Lamporecchio, utilizzando parole forti su una delle vicende più incredibili tra quelle del porto di Viareggio: «È emerso un comportamento gravemente superficiale e negligente posto in essere dalla società Viareggio Porto». E non solo. Perché se è vero che il giudice non ha ravvisato nelle posizioni della società interamente pubblica e del suo ex presidente «l’evidenza di una piena consapevolezza di esperire una difesa “contro ius”», lo è altrettanto – sono ancora le parole della sentenza – che Volpe, il quale ha negato di avere conoscenza del fatto che la barca fosse destinata a somministrazione di bevande ed alimenti, invece «si era recato più volte a visionare l’imbarcazione in costruzione presso il cantiere, di conseguenza era perfettamente a conoscenza diretta delle caratteristiche del mezzo».

Storia complessa, quella che prima porta il “Maxidò” ad ormeggiare sulle banchine dell’approdo della Madonnina, gestito dalla Viareggio Porto, con il pagamento anticipato di un canone di diecimila euro (fine ottobre 2011) e poi (fine dicembre 2012) a vedersi recapitare la risoluzione del contratto. L’imbarcazione nasce dall’idea di Massimliano Sabatini e Daniela Bonfanti, coniugi di Lamporecchio, di riportare in porto a Viareggio l’esperienza del “Santa Monica”, galeone che è stato un’attrazione nella Darsena viareggina. Nel giugno 2010 i due si fanno avanti con l’amministrazione comunale (quella di centrodestra del sindaco Luca Lunardini) e formulano la proposta. Nel luglio, a società costituita – scrive la sentenza – «Volpe indirizza i soci del “Maxidò” alla Madonnina». Sabatini e Bonfanti «sia dalla Viareggio Porto che dal Comune ricevono rassicurazioni sulla fattibilità dell’intervento». L’aprile 2011 vede la firma del contratto di ormeggio tra Viareggio Porto e “Maxidò”, per la durata di un anno. Il 20 maggio dello stesso anno la società presenta la Denuncia di inizio attività (Dia) al Comune. Da qui Sabatini e Bonfanti finiscono nell’inferno di una vicenda della quale il Tribunale mette in evidenza il «singolare iter della pratica amministrativa», che ha visto «prima la Dia, poi la richiesta del permesso a costruire».

Dopo il varo (agosto 2011), con tanto di amministrazione in pompa magna, «la Viareggio Porto – ricostruisce la sentenza – si era tardivamente avveduta della necessità di una gara per l’affidamento dell’ormeggio». Il 5 settembre esce il bando, l’unica offerta è della “Maxidò”; il 10 novembre c’è il contratto con la società presieduta da Volpe (canone di 10.000 euro, anticipato). L’inchiesta della Procura di Lucca che vede a processo, per altri fatti, Volpe ed il direttore della Viareggio Porto, Pietro Romani, parla di «un bando che si attagliava ai requisiti, a loro ben noti, della chiatta già in possesso della Maxidò».

Ma l’incubo non è finito. Perché il 15 dicembre il Comune informa la “Maxidò” che «sono in corso verifiche sul titolo edilizio richiesto per l’installazione del natante». Il 18 gennaio 2012 si tiene una Conferenza dei servizi alla quale sono presenti: per l’ufficio edilizia privata del Comune, il geometra Cesare Berti; l’avvocato Edoardo Brusco per la “Maxidò”; Alessandro Volpe; un rappresentante della Capitaneria; Riccardo Raffaelli, dirigente “Assetto e gestione del territorio” del Comune; Glauco Borrella per la Sovrintendenza; l’Agenzia del demanio; il Suap. Viene deciso che al “Maxidò” non serve alcun titolo edilizio.

Sembra finita. Se non fosse che il 2 febbraio Raffaelli cambia idea. Ed al verbale viene incollata un’integrazione postuma con la quale si ritiene che il titolo edilizio sia necessario. Il 3 febbraio il Suap comunica alla “Maxidò” che è necessario si attivi «per l’ottenimento dei necessari titoli presso il servizio edilizia privata del Comune». E la Dia viene sospesa. Il 27 ottobre la società deposita domanda di accertamento della conformità urbanistica e sposta la champagneria galleggiante, chiedendo la sospensione del pagamento del canone. Il 30 dicembre la Viareggio Porto risolve il contratto.

La sentenza mette in conto alla Viareggio Porto la mancata informazione fornita a Sabatini e Bonfanti sull’iter necessario: la società – in quanto organismo strumentale del Comune con compiti relativi alla portualità – «era certamente tenuta a conoscere la disciplina di settore in modo da valutare tempestivamente la compatibilità dell’intervento proposto rispetto ai parametri di riferimento».



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