La manifestazione
Prima paziente e poi infermiera del Meyer
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Domitilla con la sua divisa blu seduta al suo posto di lavoro al MeyerLa storia a lieto fine di Domitilla: in ospedale ha preparato la maturità e ora assiste i bambini
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MONTECATINI. Una divisa blu che racchiude il suo mondo: i momenti bui della sua vita ma anche quelli radiosi di sole, quelli più belli. È la storia di Domitilla, 24enne di Montecatini, prima paziente ed oggi infermiera dell’ospedale Meyer di Firenze. Era il 2011 quando le fu diagnosticato un tumore al plesso brachiale, sul nervo radiale, la “centralina” che comanda il braccio. Domitilla aveva solo 18 anni all’epoca. «Pensavo fossero dolori legati alla mia attività sportiva – racconta – e invece la risonanza magnetica portò a questa diagnosi». Da quel giorno Domitilla, con l’esame di maturità alle porte, ha iniziato il suo percorso dentro il Meyer.
«Ho subito un intervento e poi otto cicli di chemioterapia, e per molti mesi ho fatto dentro e fuori dall’ospedale». Di quel periodo porta un ricordo marcato: «Era l’anno della maturità e io avevo deciso che non volevo perderlo, volevo studiare e fare l’esame normalmente. Per questo non ho interrotto gli studi frequentando la scuola dell’ospedale e grazie a questo programma ci sono riuscita».
Due giorni prima della fatidica data, era a fare su e giù nei corridoi del reparto per ripetersi la tesina: «È stato difficile, ma tutti, infermieri e medici, mi spronavano e l’amicizia con un altro paziente che aveva affrontato la stessa cosa mi ha dato molta forza». La tenacia porta lontano e Domitilla, in barba alla malattia e temprata anche dalla necessità di combatterla, ne aveva da vendere: e maturità fu.
Chiuso quel capitolo, se ne è aperto un altro. «Nel periodo trascorso al Meyer mi ha colpito osservare come gli operatori sanitari trattano i pazienti: riescono a vedere le persone, e non solo la malattia»”. E a quel punto Domitilla ha deciso: voleva riuscirci anche lei, indossare quegli occhiali speciali che guardano giù fin dentro i pozzi profondi delle persone, dalle parti del cuore, dell’anima. E voleva farlo, assolutamente, al Meyer. Fatto: dal primo giugno 2017 Domitilla porta una divisa blu, ci ha appuntato sopra delle mollette di legno a forma di farfalla e quando cammina nei corridoi del Meyer guarda divertita i bambini che in certe ore del giorno schizzano come saette davanti agli ambulatori dell’ospedale. Deve essere una sensazione potentissima tornare al Meyer da infermiera. Provare a replicare quello che ha vissuto da paziente, applicarlo ai bimbi che vede tutti i giorni. «Per questo ho pianto di gioia quando ho visto i risultati del concorso». (a.t.)
«Ho subito un intervento e poi otto cicli di chemioterapia, e per molti mesi ho fatto dentro e fuori dall’ospedale». Di quel periodo porta un ricordo marcato: «Era l’anno della maturità e io avevo deciso che non volevo perderlo, volevo studiare e fare l’esame normalmente. Per questo non ho interrotto gli studi frequentando la scuola dell’ospedale e grazie a questo programma ci sono riuscita».
Due giorni prima della fatidica data, era a fare su e giù nei corridoi del reparto per ripetersi la tesina: «È stato difficile, ma tutti, infermieri e medici, mi spronavano e l’amicizia con un altro paziente che aveva affrontato la stessa cosa mi ha dato molta forza». La tenacia porta lontano e Domitilla, in barba alla malattia e temprata anche dalla necessità di combatterla, ne aveva da vendere: e maturità fu.
Chiuso quel capitolo, se ne è aperto un altro. «Nel periodo trascorso al Meyer mi ha colpito osservare come gli operatori sanitari trattano i pazienti: riescono a vedere le persone, e non solo la malattia»”. E a quel punto Domitilla ha deciso: voleva riuscirci anche lei, indossare quegli occhiali speciali che guardano giù fin dentro i pozzi profondi delle persone, dalle parti del cuore, dell’anima. E voleva farlo, assolutamente, al Meyer. Fatto: dal primo giugno 2017 Domitilla porta una divisa blu, ci ha appuntato sopra delle mollette di legno a forma di farfalla e quando cammina nei corridoi del Meyer guarda divertita i bambini che in certe ore del giorno schizzano come saette davanti agli ambulatori dell’ospedale. Deve essere una sensazione potentissima tornare al Meyer da infermiera. Provare a replicare quello che ha vissuto da paziente, applicarlo ai bimbi che vede tutti i giorni. «Per questo ho pianto di gioia quando ho visto i risultati del concorso». (a.t.)
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