MONTECATINI. Ha appena smesso di piovere quando la salma arriva alla chiesa di Sant’Antonio. Dentro le navate la gente è stipata. Ed all’esterno ce n’è altrettanta. Montecatini è rappresentata in pompa magna dalle istituzioni col vicesindaco Ennio Rucco e la giunta (assente giustificato il sindaco Giuseppe Bellandi, all’estero), al mondo alberghiero, dallo sport alla cultura. Non potrebbe essere altrimenti. In quel feretro di legno semplice sovrastato dalla composizione floreale bianca e gialla coi nomi dei figli e del nipote Giovanni, giace chi ha fato la storia di Montecatini.
Ricciardo Pucci era un “Grand’uomo” come si diceva ai tempi in cui le strette di mano firmavano i contratti. Fra tanta commozione e dolore, il sentimento che prevale su ogni altro è lo smisurato senso di rispetto e ammirazione verso un imprenditore che ha messo anima, cuore, saggezza, diplomazia, ed appunto rispetto del prossimo, in ciò che ha intrapreso, rimanendo sempre la persona semplice che era.
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La testimonianza più bella viene dalla presenza dei suoi colleghi di gioventù. L’ex barman Antonio Biagi che ha lasciato l’eremo di Marliana per salutarlo. Assieme a lui gli storici maitre d’hotel Lino Vannini e Carlo Di Grazia che con Pucci hanno vissuto gli anni d’oro del turismo termale. Eppoi due delle tre generazioni di facchini della famiglia Giovannelli iniziata dal capostipite Italo (scomparso) e proseguita da Mario e dai nipoti Damarco e Massimo. E via via Alberto Fambrini, Claudio Tongiorgi, Moreno Quagliano e Rolando Disperati, direttori attuali e passati dei due hotel di proprietà. Oltre a tantissima gente che ha lavorato e lavora per la famiglia Pucci. Tra la folla il fedele autista Walter sempre pronto ad accompagnarlo in Garfagnana, ogni qualvolta Ricciardino (così chiamato per distinguerlo dal padre Ricciardo) sentiva la mancanza di Pieve Fosciana, borgo natio dove aveva vissuto le privazioni ed i sacrifici dovuti alla guerra, indispensabili a temprarlo nel superare le avversità e nel capire l’importanza ed il valore delle piccoli cose. Perché è proprio dalla gestualità quotidiana che si percepiva la grandezza di questa figura inarrivabile sia nei rapporti con la clientela che col personale e i collaboratori.
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Dal cuore della Garfagnana partì giovanissimo per frequentare l’Istituto alberghiero Martini, il cui gonfalone fa da guardia alla destra del feretro. Nelle parole di padre Alfredo, frate cresciuto con i figni Stefano e Francesco Pucci ed amico di famiglia, che ha concelebrato la funzione, si coglie una sorta di disegno divino che parte prima dalla lunga passeggiata e relativa chiacchierata fatta al Central Park di New York con Ricciardo tanti anni fa, e si sofferma sul 25 aprile, giorno della scomparsa, in cui si festeggia San Marco, come il nome dell’hotel di famiglia nonché festa della Liberazione, e di conseguenza della Pace, l’altro hotel grande punto di riferimento della vita di Ricciardo.
Quella poltrona nell’angolo dietro alla portineria era il luogo ideale da cui vedere il mondo. Una presenza discreta, pronta a cogliere il minimo particolare, come salutare un cliente abituale o conoscere un nuovo dipendente, cosa che peraltro ha fatto fino all’ultimo dei suoi giorni su questa terra. Il primogenito Stefano, fra i tanti messaggi di cordoglio arrivati, compreso quello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, cliente affezionato dell’hotel San Marco, sceglie il messaggio di Aurelio De Laurentiis, che ricorda con affetto i film girati nel al Grand Hotel & La Pace e l’innato savoir faire e l’ospitalità di Ricciardo. L’altro figlio, Francesco, legge i salmi responsoriali e ringrazia i presenti. Spontaneo ed accorato l’applauso della gente all’uscita, al termine della funzione. La salma è trasportata alla cappella del comminato di Pittini, in attesa della cremazione, come da volontà dell’estinto. La poltrona è vuota. Restano l’esempio, i consigli, le battute, gli aneddoti a chi ha avuto la fortuna e il privilegio di conoscere un grand’Uomo.