Il Tirreno

Montecatini

Quando Veronesi rischiò di morire in guerra

Umberto Veronesi
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Umberto Veronesi

Il grande oncologo fu gravemente ferito a Pistoia. Lo salvarono all’ospedale militare di Montecatini

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MONTECATINI. Ha combattuto per tutta la vita contro il cancro e la sua Fondazione è famosa nel l mondo. Ma forse non sono in molti a sapere che Umberto Veronesi, scomparso martedì 8 novembre a 91 anni, è stato a un passo da chiudere la sua esperienza “terrena” quando era giovanissimo, e lo ha fatto nel nostro territorio.

La storia è raccontata in due libri: “Ascoltare è la prima cura”, scritto assieme a Mauro Pappagallo per Sperling & Kupfer, e “L’uomo con il camice bianco”, scritto con Alberto Costa per Rizzoli. La vicenda risale al 1944, quando quel giovane studente, che poi sarebbe diventato un oncologo di fama mondiale, fu “arruolato con la forza a Milano e destinato a un reparto aggregato a una divisione tedesca. La festa per i miei 18 anni l’ho passata da poco, dopo la retata alla stazione centrale”.

Pochi giorni dopo Veronesi si ritrova nei dintorni di Pistoia, in una zona che, scoprirà, è piena di mine. Con un commilitone cerca un riparo dalle bombe sganciate dagli aerei Alleati e corre in un campo. “Saltiamo insieme il filo spinato – racconta nel libro edito da Rizzoli – che delimita il campo immerso nella nebbia bassa. Poi più nulla, non l’ho più visto. Per lui e per il reggimento, da quell’istante, sono morto”.

Veronesi, infatti (con indosso “una uniforme nella quale non mi riconoscevo”) salta su una mina e viene investito da “una miriade di schegge”.

“Ero morto – racconta – e questo fu il messaggio che arrivò ai miei. Gli effetti personali, i vestiti e la macchina fotografica sparirono immediatamente”.

E invece no, riesce a trascinarsi sul ciglio della strada, prima di svenire. Si risveglia “fasciato come una mummia” in una corsia dell’ospedale di Pistoia, “circondato dagli sguardi stralunati dei vecchietti ricoverati”. Dove rimane per un giorno e mezzo e dove viene da tutti giudicato un tedesco ferito. “Avevo 200 ferite da schegge, 200 punti da cui perdevo sangue”. Poi il trasferimento all’ospedale militare allestito a Montecatini.

“Cominciò una trafila di interventi chirurgici – dice Veronesi – e non ricordo quante schegge mi tolsero. Intervennero sull’occhio destro: un frammento di metallo si era conficcato nella sclera, fortunatamente senza danni alla vista”. Quindi un altro spostamento, stavolta a Porretta, in un ospedale militare tedesco, prima della convalescenza a Sasso Marconi e dell’ingresso nella Resistenza. È stata in questa esperienza che è maturato in Veronesi “un forte desiderio di occuparmi della salute altrui”, che non lo lascerà più nei decenni a seguire. (mec)

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