Il dolore
Larciano accoglie i giovani migranti
Sono 24 i richiedenti asilo arrivati tra via Biccimurri e San Rocco. Scappano da violenze e abusi
LARCIANO. «Quando abitavi in Ghana ti piaceva studiare?», chiediamo a Faisal, 18 anni. Gli occhi neri come la pece si soffermano a guardarci. Poi la sua bocca si apre in un ampio sorriso e, divertito, risponde in ottimo inglese: «No, preferivo giocare a calcio». Faisal è uno dei dieci richiedenti asilo politico che da giovedì, sotto la guida dell'associazione Arci Madiba di Pistoia, ha cominciato una nuova vita in un'abitazione privata di via Biccimurri, a Larciano. Altri 14, invece, nella tarda serata di venerdì 9 settembre - seguiti dalla cooperativa sociale "Gli Altri" - sono arrivati in via Gramsci, a San Rocco, per un totale, quindi, di 24 richiedenti asilo in tutto il territorio del Comune.
Anche se non vi erano informazioni certe riguardo al numero e ai loro paesi di provenienza, la notizia da tempo era nell'aria e a mancare era soltanto l'ufficialità. Nel mese di agosto, ben due incontri erano stati organizzati - uno a Cecina e uno a San Rocco - per affrontare l'argomento. E, proprio in quelle occasioni, molti dubbi e incertezze (ma soprattutto timore per la propria incolumità fisica) erano emersi. Tuttavia non appena raggiungiamo l'abitazione di via Biccimurri in cui vivono i migranti, capiamo subito quanto siano infondate quelle paure. Ad accoglierci, sulla porta, ci sono il presidente di Arci Madiba, Silvia Bini, e il vicepresidente Alberto Zinanni e, con loro, dieci ragazzi di età compresa tra i 18 ed i 27 anni. Salutano, ci osservano curiosi e immediatamente ci offrono da mangiare. Poi ci sediamo e iniziano a raccontare. Storie strazianti, di violenza, di torture e di abusi. Storie di un viaggio infinito verso una terra sconosciuta, con la speranza di una vita incerta ma forse migliore. Ci mostrano le cicatrici che hanno sul corpo e mentre parlano - alcuni in inglese, altri in francesi e anche in arabo - nei loro occhi appare il terrore, ripensando ai momenti terribili che hanno passato.
«Dopo il divorzio dei miei genitori - racconta Mohamed, 27 anni - sono rimasto solo. Quando poi mio padre è tornato dalla Spagna, mi ha dato in adozione a un'altra famiglia, che però mi trattava male e mi picchiava». Disperato, Mohamed è fuggito in Algeria e ha iniziato a lavorare come tecnico telefonico. «Un giorno - continua - il mio datore di lavoro mi ha detto che dovevamo andare a lavorare fuori dal villaggio. Mi ha portato nel deserto e qui sono stato sequestrato. I miei rapitori hanno chiesto un riscatto che io, però, non ero in grado di pagare e per fortuna sono riuscito a fuggire». «Questi giovani - spiegano Bini e Zinanni -hanno vissuto l’inferno nei loro paesi. Alcuni di loro hanno studiato, come Faisal e Latif. Altri, invece, sono degli artisti, come Achampong». E l'Italia, per loro, rappresenta l'occasione per rinascere. «Questo progetto - concludono - è una modalità di inclusione sociale e, soprattutto, un'opportunità. L'abitazione, infatti, è circondata da terreni e uliveti. Attraverso corsi mirati sarà loro consegnato un bagaglio legato al mondo dell'agricoltura, imparando a produrre olio e miele».
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