Sicurezza
Macolive dimezza la mobilità a casa sei operai invece di 14
MASSA COZZILE. Non ci sono solo le difficili situazioni del calzaturificio Balducci di Pieve a Nievole (un'azienda attiva fin dagli anni ’30 costretta a sospendere il lavoro e a mandare a casa 45...
MASSA COZZILE. Non ci sono solo le difficili situazioni del calzaturificio Balducci di Pieve a Nievole (un'azienda attiva fin dagli anni ’30 costretta a sospendere il lavoro e a mandare a casa 45 dipendenti) e delle Terme di Montecatini (per la prima volta nella sua storia annunciata la mobilità per le figure apicali e il taglio degli integrativi per tutti i lavoratori). A essere entrata in crisi c'è anche la Macolive di Traversagna, azienda che produce semilavorati alimentari da rivendere poi alle industrie conserviere.
I sindacati ci hanno provato in tutti i modi per cercare di salvare i posti di lavoro, ma alla fine hanno dovuto accettare quello che Luisella Brotini (Filcams Cgil) definisce un «accordo doloroso». Dal 14 gennaio era stata infatti aperta una procedura di mobilità per quattordici dipendenti (su un totale di 25). Negli incontri che erano seguiti la posizione della società era rimasta abbastanza ferma sull'obiettivo principale di un drastico abbattimento dei costi del personale e tutto lasciava intendere che ci fossero pochissimi spazi di manovra. Anche gli ammortizzatori sociali erano difficilmente applicabili: i contratti di solidarietà non sarebbero sicuramente stati concessi (data la situazione generale dell'azienda) e la cassa in deroga avrebbe potuto durare solo per di 3 mesi.
Restava soltanto la possibilità di diminuire almeno il numero dei destinatari delle lettere di licenziamento: e su questo si è basata la trattativa che ha visto impegnata la Cgil. Alla fine l'accordo è stato trovato sulla base di un licenziamento “limitato” a sette persone (delle quali una aveva comunque dato di sua spontanea volontà le dimissioni, avendo trovato una soluzione alternativa), ma questa “concessione” da parte della società ha portato anche a una riorganizzazione generale del piano di lavoro, con una ridefinizione di ruoli, funzioni e livelli e, di conseguenza, una “razionalizzazione” degli stipendi dei dipendenti rimasti.
Una sorta di scambio al quale ci si è dovuti adeguare pur di salvare il salvabile. Alla fine i veri sconfitti sono stati i sei esuberi che sono dovuti andare a casa senza alcuna indennità, se non quella (limitata nel tempo) di disoccupazione. (d.m.)
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